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Intervistatore:
 Parlami, o Signore, della scienza e del suo rapporto con la fede.

Dio:
Scienza? Che cosa intende esattamente? Ah, sì. Credo di avere capito. È una cosa difficile da spiegare. Siete una specie molto interessante, lo sa? Ogni volta che vi osservo, provo la stessa impressione che proverebbe lei se vedesse un gruppo di formiche costruire un’astronave. E il bello è che l’astronave in qualche modo funziona! Uno non si aspetta che le formiche sappiano costruire astronavi, e in effetti non lo sanno fare. Nel modo più assoluto. Eppure l’astronave è lì, decolla, atterra, va nello spazio. Ma io sto divagando. Direi che tutto è cominciato con quel greco. Come si chiamava? Lei mi deve scusare, ma sono circa quattordici miliardi di anni che seguo gli sviluppi di quest’universo, e mi capita sempre più spesso di dimenticare i fatti troppo recenti. Sì, quel greco… ecco, Democrito! Un giorno gli venne un’idea:
Che cosa succederebbe se prendessi un oggetto, che ne so? un pezzo di pane, e lo dividessi a metà?
Beh, lo ammetto, non era un’idea del tutto nuova, e molti prima di lui avevano già fatto l’esperimento. Ma lui era perseverante, tenace. Pensò di prendere una delle due metà del pane e dividerla ancora a metà, poi ancora e ancora. Per quanto potrò andare avanti? si chiese (lo sa che io posso leggere i pensieri della gente?) Pensò che certamente poteva dividere il suo quarto di pane in un ottavo, e l’ottavo in un sedicesimo, e il sedicesimo in un trentaduesimo, e così via senza fine.
Senza fine? pensò. Non ne sono sicuro. Prima o poi è possibile che raggiunga un frammento che non può più essere diviso. Lo chiamerò atomo.
Che poi, nella sua lingua, significava proprio “ciò che non può essere diviso”.

Rimasi sorpreso. Era un’idea che non mi era mai venuta, e cominciai a meditarci sopra. Che cosa poteva succedere dividendo il pezzo di pane di Democrito? La divisione poteva proseguire all’infinito? No, non era molto sensato, dovetti ammettere. Ero leggermente irritato. Perché mai un essere umano doveva porsi un problema del genere? In fondo, vi ho creati con un grande cervello per darvi qualche possibilità in più di sopravvivere ai leopardi e alle tigri dai denti a sciabola. Non mi aspettavo che vi metteste a usarlo per riflettere su cosa succederebbe se affettaste il pane all’infinito. Sa qual è stato il mio più grande errore? Avervi fatto a mia immagine e somiglianza. Siccome non potete creare l’universo, ne create dei modelli. La cosa grave è che v’illudete che le due cose non siano molto diverse. L’universo doveva servire per riempirvi di stupore sulla mia grandezza, e improvvisamente cominciavate a farvi delle domande su come poteva funzionare! A quel punto bisognava per forza che in qualche modo funzionasse, altrimenti vi avrei dato solo la sensazione di un immenso pasticcio. Tuttavia sul momento non ritenni necessario intervenire. In fondo quel Democrito non aveva nessuna possibilità di fare effettivamente il suo esperimento. Lasciamo le cose come stanno, mi dissi. La formica aveva costruito una fusoliera di astronave, ma le mancava ancora qualsiasi cosa che le permettesse di farla decollare. Poteva essere semplicemente un caso.

Per un paio di migliaia di anni tutto andò liscio, finché arrivò quel polacco, credo che si chiamasse Copernico. Era un pazzo. Uno squilibrato. Scrisse un libro che neppure lui osò pubblicare, in cui sosteneva che la Terra è un pianeta come gli altri e ruota intorno al Sole. Che diamine, pensai, che cosa mai potrebbe legare la Terra al Sole? L’azione a distanza è priva di senso; come minimo occorrerebbe una forza, e anche piuttosto intensa direi. Feci un paio di calcoli, e scoprii che l’unica cosa coerente sarebbe stata un’interazione dipendente dall’inverso del quadrato della distanza. Naturalmente non me ne occupai. Lo prenderanno per un mentecatto, mi dissi, e bruceranno il suo libro. Invece, no! Arrivò un certo Keplero, che si mise a studiare notte e giorno le misure sull’orbita di Marte prese anni prima da un forsennato di nome Tycho Brahe. Costui (parlo di Keplero) era insensatamente convinto che Copernico avesse ragione. Non ho mai capito come mai siete venuti fuori così caparbi. Sempre il vecchio errore di avervi fatti simili a me. Ma io sono così cocciuto? Una specie di esseri normali avrebbe senz’altro riflettuto sul problema, e avrebbe concluso che la forza a distanza esercitata dal Sole sulla Terra era una pura e semplice idiozia, e che le sfere celesti spiegavano tutto nel modo più semplice ed elegante. Keplero, invece, si mise a tirare fuori le leggi del moto planetario: i pianeti percorrono aree uguali in tempi uguali, cose di questo genere.

Entrai in allarme, lo confesso. Che cosa dovevo fare? Nel frattempo un altro matto, un certo Galileo Galilei, venne a sapere che in Olanda un ottico aveva inventato un occhiale (così lo chiamava lui) capace di ingrandire gli oggetti distanti. Subito si mise a molar lenti. Ero certo che le volesse puntare verso il cielo, e non avevo letteralmente un minuto da perdere. Smontai le sfere celesti più in fretta che potevo, e creai la forza dipendente dall’inverso del quadrato della distanza. Il Sole era più o meno al centro, come dicevano loro. Alla fine contemplai la mia opera, e ne fui soddisfatto. Un lavoro eccellente. Tra me e me sorridevo: avevo trovato un sistema fantastico per realizzare l’azione a distanza, in un modo così sottile che, pensavo, neppure Galileo ne sarebbe venuto a capo. E infatti fu così. Lui fece cadere diverse cose dalla torre di Pisa, vide che arrivavano a terra tutte nello stesso momento, ma non arrivò a capire perché. Anche quell’altro che venne dopo di lui, Newton, definì le leggi della meccanica, ma quando si trattò di spiegare cosa generasse la forza che legava la Terra al Sole, scrisse semplicemente: hypoteses non fingo. Che era come dire: non lo so, non chiedete a me, non ne posso sapere di meno.

Pensai che se neppure uno come Newton aveva capito come stavano le cose, nessun altro di voi sarebbe stato in grado di farlo. E invece venne fuori quel tipo con i baffi e i capelli scarmigliati. Il più matto di tutti. Inventò una teoria per spiegare perché la velocità della luce non può essere superata. Ma è ovvio che non può essere superata! Secondo lei avrei dovuto creare un universo in cui chiunque se ne potesse andare in giro come meglio gli pare, magari attraversando l’orizzonte degli eventi cosmico, creando pasticci causali a destra e a sinistra, o addirittura arrivando Là Dove Non Si Deve Arrivare per fare confusione tra tutti i miei attrezzi? Fino  a quel punto, tuttavia, le cose erano ancora sotto controllo. La faccenda della velocità della luce era stata pensata fin dall’inizio, e mi sembrava proprio di non avere commesso errori nel definirla. Ma lui era più testardo di tutti gli altri. Parlo del tipo scarmigliato. S’incaponì sul problema che la sua teoria non funzionava per i sistemi accelerati. Perché gli interessava? Sa cosa le dico? Neppure ai suoi colleghi dell’epoca importava un fico secco dei sistemi accelerati. Ma lui insistette. E non posso neppure dire che fosse malvagio (Io lo so). No, era solo cocciuto. L’avevo creato in modo che di matematica capisse poco, e lui sfiniva i suoi amici matematici, gente come Schwarzschild o Minkowski. Si fece spiegare un sacco di cose sulla geometria di Riemann, sui tensori covarianti e controvarianti, faccende oscure di cui Io stesso non mi ero mai occupato. Man mano che procedeva, mi rendevo conto che si stava avvicinando pericolosamente alla forza che aveva bloccato Galileo e Newton, e in effetti ce la fece! Non credevo ai Miei occhi: era riuscito a inventarsi lo spazio-tempo curvo!

Intanto le cose si stavano mettendo male anche da un altro punto di vista, ben più grave. Si ricorda che le parlavo di Democrito? Bene. Un sacco di ometti in giro per il mondo si erano messi a pasticciare con gli elementi chimici. Un tale aveva scoperto che mettendo insieme idrogeno e ossigeno si otteneva acqua, ma solo in una quantità che corrispondeva a otto parti d’idrogeno per una di ossigeno. Non era esattamente così, dovrei fare il conto, ma comunque non importa. Un altro, un russo che si chiamava Mendeleev, si mise con pazienza ad allineare gli elementi su una ridicola tabella. Gliela faccio breve: arrivarono alla conclusione che dovevano esistere gli atomi di Democrito, e che ciascun elemento chimico corrispondeva a un atomo di tipo diverso. Una catastrofe! Mi toccava tornare a lavorare. Esaminai con attenzione i loro risultati, e con mio grande disappunto scoprii che avevano ragione. Mai avrei immaginato di avere creato un guazzabuglio di quella fatta.

Che cosa potevo fare? Non mi restava che creare gli atomi. Un lavoraccio, glielo assicuro. Sul momento pensai di metterli solo sul vostro pianeta, ma l’esperienza avuta con voi mi rendeva cauto. No, pensai, questi rischiano di accorgersene. Così mi toccò modificare diverse migliaia di megaparsec cubici di roba. Satana sghignazzava, ma io non avevo tempo per badare a lui. Quando finii avevo un gran mal di testa, ma l’arrosto non si era bruciato. Così pensavo allora, per lo meno. Avete voluto gli atomi? Bene, vi ho fatto gli atomi. Mentre cercavo di capire dove avessi messo Democrito (se non era ancora all’inferno ci sarebbe andato immediatamente), ecco che venne fuori un certo Rutherford, che si mise a bombardare sottilissimi fogli d’oro con particelle alfa. Scoprì che gli atomi avevano un nucleo, dunque non potevano essere atomi. E no! Era troppo! Non si può pensare che un poveraccio rifaccia l’intero Universo in quattro e quattro otto, e poi pretendere che badi a particolari come il nucleo degli atomi. Sul momento li avevo fatti con il nucleo, perché no? Non mi era sembrata una cosa così rilevante. Ma poi, cosa gliene importava a Rutherford? Secondo i suoi stessi calcoli, le dimensioni dei nuclei erano dell’ordine di dieci alla meno dodici centimetri. Circa una decina di miliardi di volte più piccoli del più piccolo grano di polvere che la vostra specie sia in grado di vedere. Io vi ho dato gli occhi perché possiate guardare dove andate senza sbattere la testa. Perché v’interessa tanto qualcosa del tutto fuori dalla portata dei vostri sensi? Adesso mi toccava occuparmi anche dei nuclei. Non pensai “dannazione!”, perché in fin dei conti sono Dio, ma meditai di incarnarmi di nuovo in un essere umano per poterlo fare.

Dopo Rutherford vennero Bohr, Heisenberg, Schrödinger, Max Born. Tedeschi per lo più. A parte Bohr che era danese. Strana gente, comunque. Mentre alcuni di voi progettavano sistemi raffinati per estirpare le razze inferiori, questi (e qualcun altro come Fermi, Dirac, Pauli) tirarono fuori dal cappello a cilindro una teoria che chiamarono meccanica quantistica. Dovetti spremermi le meningi per parecchio tempo per capire che cosa volesse dire. Stati mescolati. Dualismo tra onde e corpuscoli. Interazioni tra entità microscopiche e apparati di misura macroscopici. Esperimenti con doppie fenditure. Non ci capivo niente, e alcuni di loro m’insospettivano un po’, come Heisenberg che si mise a collaborare con quel tale con i baffetti che alzava la manina tesa. Ma ragionandoci sopra, dopo avere sommato i loro quozienti intellettivi, arrivai a concludere che se personaggi del genere erano tutti d’accordo sulla meccanica quantistica, evidentemente doveva essere così.
Non mi restava che mettermi di nuovo al lavoro, ma prima mi presi lo sfizio di confondere completamente le idee al tipo scarmigliato, convincendolo che il determinismo era l’unica interpretazione valida del mondo che avevo creato. Uno scherzo da prete. Del resto, se l’era voluta. Continuava a tirarmi in ballo a vanvera. Dio non gioca ai dadi, diceva. Oppure: Dio è sottile ma non è malizioso. Cosa ne sapeva lui?

In realtà non c’era molto da scherzare, il problema era serio. L’unico modo per uscirne era l’indeterminismo, ma la faccenda non era semplice. E poi occorreva inventare una serie enorme di cose: gli adroni, i leptoni, i barioni… Ci perdevo la testa. Era così complicato che si faceva fatica a raccapezzarsi. Come avrebbero dovuto interagire tra loro tutte quelle particelle? Dovevo inventarmi delle regole ragionevoli, e farlo in fretta, perché il numero di matti che si occupavano di indagare sulla Creazione cresceva con grande rapidità.
Immaginai uno schema che mi parve simpatico: si basava essenzialmente su una cosa che si chiamava spin, per cui se una particella aveva spin semi intero era materia, se invece aveva spin intero era un bosone portatore di una forza. Sì, più o meno così, lasciamo stare i dettagli. Purtroppo lo spin richiedeva che le particelle ruotassero su se stesse, il che era un po’ incoerente per qualcosa che doveva avvicinarsi all’atomo di Democrito, ma che fare? Ormai la frittata era fatta. Nel frattempo i matti avevano costruito enormi macchine con cui bombardavano tutto quello che si poteva bombardare con ogni sorta di proiettili microscopici: kaoni, muoni, pioni, elettroni…

Era un pasticcio, lo sapevo, ma avevo dovuto fare tutto troppo in fretta. E ogni volta che rifacevo qualcosa, mi toccava mettere mano ai famosi megaparsec cubici di materia! I matti mi criticavano. Non lo dicevano esplicitamente, questo no, ma nella loro testa si formava l’idea che la Creazione fosse un disastro senza senso (del resto, a quel punto erano diventati tutti atei). Particelle da tutte le parti, alcune pesanti, altre leggere, alcune cariche e altre no. Mi resi conto di essere per l’ennesima volta nei guai quando qualcuno scoprì che in un caso che non immaginavo neppure che potesse succedere, cioè (ascolti bene) quando una particella pi greco decadeva in un muone che a sua volta decadeva in un elettrone, non era conservata la parità. Ha una vaga idea del numero di combinazioni possibili tra tutte le particelle, le forze, i bosoni, i leptoni e tutto il resto che mi era toccato creare? Nessuno poteva pretendere che ogni combinazione fosse ragionevole.

Nel frattempo qualcun altro stava tornando a Democrito. Pensavano: l’elettrone è effettivamente l’atomo, cioè non si può scomporre. Dunque non può avere estensione, altrimenti avrebbe una struttura e sarebbe almeno concettualmente scomponibile. Com’è che ruota su se stesso? Se è un punto geometrico, come fa a ruotare? Come può avere una massa? Dovrebbe avere densità infinita… E no, pensai, adesso basta! A tutto c’è un limite. Sono stufo di rifare le cose semplicemente perché voi umani amate cercare il pelo nell’uovo nel MIO universo ogni volta che ne avete la possibilità. Da adesso in poi ricorrerò al vecchio e sano mistero. Per duemila anni vi ho convinti di essere uno e trino, nonché padre di me stesso. Quando qualcuno si poneva la domanda di come fosse possibile, che cosa gli veniva risposto? È semplice: mistero! Satana non fa che sghignazzare, e perfino il buon vecchio Galileo, nell’alto dei cieli, ostenta un’espressione di ossequio ma ride sotto i baffi.

Insomma: siamo arrivati al punto che la fisica è più complicata di quanto Io stesso possa sperare di capire. È venuta su come una casa costruita a pezzi, una stanza dopo l’altra, senza un progetto ragionevole, ed Io sono stanco di doverla cambiare per non restare indietro rispetto alle vostre follie. Volevate un progetto? Dovevate accontentarvi delle sfere celesti, e non domandarvi cosa succede a tagliare il pane un numero infinito di volte. Alla fine voi stessi scoprirete che la fede è l’unica soluzione: l’elettrone è un atomo, per come l’avrebbe definito Democrito, eppure ruota su se stesso e ha una massa. Come fa? Non lo so neanche io. Contenti?

Intervistatore:
Spiegami meglio, o Signore, la faccenda del determinismo. Nella mia infinita pochezza, devo confessare di non averla capita bene.

Dio:
Una cosa che mi ha fatto davvero arrabbiare. Colpa di Galileo, che per questo ha dovuto scontare duecento anni di purgatorio. Di più, in buona coscienza, non potevo dargli. Non è una cattiva persona. L’unica cosa che gli si potrebbe rimproverare è di avere costretto le sue due figlie a farsi suore, ma di questo non sono certo Io che posso lamentarmi.
È una faccenda delicata. Ha presente che qualcuno, tra voi, sostiene che Io sia presente nell’universo in ogni istante per determinare il corso degli eventi? È evidentemente una panzana: s’immagini se avrei il tempo di fare una cosa simile. Mi sono ovviamente limitato a creare il mondo dandogli delle regole, che poi funzionavano da sé. Se una certa forza imprime a un oggetto una determinata accelerazione, perché mai, mi domando, dovrei stare lì a controllare ossessivamente che il risultato sia quello che ci si aspetta? Basta inventare una legge fisica, e l’esito è assicurato. Questa scelta mi permise fin dall’inizio di occuparmi di cose più interessanti che non determinare il corso degli eventi. Sinceramente, non vedevo niente di male nell’idea delle leggi fisiche. Poi venne, appunto, Galileo, che mi fece notare (indirettamente ma duramente) qual era l’errore. A un certo punto scrisse:

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto”.

Capisce adesso qual era il problema?

Intervistatore:
Sinceramente no, Signore. Illuminami.

Dio:
Ma è ovvio! Se il libro dell’universo è scritto in caratteri matematici, non è più possibile cambiare niente! Due più due fa sempre quattro, non qualche volta cinque e qualche volta tre. La matematica è implacabile. Se questo è vero, dove va a finire il libero arbitrio? Dove va a finire il MIO libero arbitrio? Certo, avrei potuto cambiare le leggi della logica, e fare in modo che fosse possibile una matematica con risultati casuali, ma voleva dire davvero rifare tutto.

Giusto per chiarire il concetto: supponiamo che una mente superiore sia in grado di conoscere le posizioni e le velocità di tutte le particelle presenti nell’universo, che ne so, un secondo dopo il big bang. Se funziona l’idea di Galileo, costui sarebbe in grado di prevedere esattamente ogni evento futuro, in qualsiasi epoca, semplicemente applicando le leggi della fisica. Nulla di male, penserà lei: nessuno potrebbe raggiungere una simile conoscenza. Anche se teoricamente possibile, la previsione completa del futuro è al di fuori delle possibilità pratiche di chiunque.
Certo, ma non delle Mie! Essendo onnisciente, per me sarebbe uno scherzo. Quindi potrei dirle se lei tra vent’anni deciderà o non deciderà di passare una certa serata facendo una partita a poker con gli amici, se e quando tradirà sua moglie e con chi, se bestemmierà il giorno in cui le cascherà un mattone sulla testa, eccetera. Non può funzionare così. Vi ho dato il libero arbitrio perché possiate scegliere liberamente tra il bene e il male, e adesso mi ritrovo con un numero incalcolabile di scelte che sono state TUTTE decise nel momento del big bang…

Questa cosa non poteva assolutamente andare. Il determinismo doveva essere sradicato. Purtroppo l’unico a cui potevo rivolgermi era Heisenberg. Era il solo essere umano con un quoziente intellettivo sufficiente per occuparsi della cosa, e tuttavia, come ho già detto, collaborava strettamente con quel tale che metteva gli ebrei nei forni. Ancora adesso mi domando come abbia potuto un uomo del genere farsi convincere da un tizio che sosteneva la superiorità della razza ariana… In ogni modo, era escluso che potessi mettermi in contatto direttamente con lui. Fui costretto a chiedere l’aiuto di Satana. Capisce? Era tutto soddisfatto, si sfregava le mani e atteggiava il codino a virgola alla sola idea che Io potessi avere bisogno di lui! Ma purtroppo era l’unica soluzione.
Non fu difficile convincerlo. In fin dei conti, anche per lui la faccenda del determinismo era un problema. Non avrebbe più potuto tentare nessuno, perché tanto le scelte degli individui verso il bene o verso il male sarebbero già state decise nella notte dei tempi. Mise sotto pressione Heisenberg, gli diede qualche suggerimento, sa come fa lui: non è che per caso c’è qualche problema nell’esaminare un sistema microscopico con un apparato di misura macroscopico? Oppure: ma non ci sarà un principio fisico generale? Cose così, che lo misero sulla pista giusta. Alla fine Heisenberg inventò il principio d’indeterminazione, e tutto fu risolto. Detto tra di noi: è un principio che puzza di zolfo lontano un miglio, ma sembra che voi non ci facciate caso.

Intervistatore:
Perdonami, o Signore, se nella mia pochezza a volte non capisco le Tue parole. Tuttavia qualcosa non mi è chiaro in ciò che Tu mi hai detto. In sostanza (mi vergogno a dirlo) ho avuto l’impressione che la realtà non esista di per sé, ma che Tu la plasmi secondo l’opinione degli uomini.

Dio:
Beh, in un certo senso è proprio così. Sulla realtà di per sé non potete dire un accidente di niente.

Intervistatore:
È quindi solo fumo, pura apparenza ciò che Tu hai creato?

Dio:
Ma no. Cercherò di spiegarle come stanno le cose. A suo tempo Einstein si oppose all’opinione di Bohr secondo cui lo sperimentatore ha per così dire un ruolo attivo nel verificarsi degli eventi. Il buon vecchio capellone si esprimeva, come sempre, in maniera fiorita. Pose la domanda: la Luna esiste anche quando nessuno la sta guardando? Era convinto, al di là della battuta, di avere trovato un argomento del tutto inoppugnabile. Secondo lei, la Luna esiste o no mentre nessuno la guarda?

Intervistatore:
Come puoi pensare, o Signore, che nella mia risposta vi sia qualcos’altro oltre che stoltezza e ignoranza? Su due piedi direi di sì…

Dio:
Però lei sa che la Luna esiste. Per confermare questa ipotesi, non ha da fare altro che alzare gli occhi e guardarla. Supponga di essere nato su un pianeta simile alla Terra ma nella galassia di Andromeda. Se la ritiene troppo vicina, può prendere come esempio una nebulosa spirale a mille megaparsec da casa sua. Facciamo una galassia oltre il vostro orizzonte cosmico. Neppure con il migliore dei telescopi lei potrebbe vedere la Luna. Ne conviene?

Intervistatore:
Mai oserei mettere in dubbio la Tua parola, o Signore. Certamente è così, se lo dici Tu.

Dio:
In questo caso, cosa potrebbe dire sull’esistenza della Luna? Niente, glielo assicuro io. La Luna esisterebbe, ma sarebbe come se non esistesse. Non sarebbe nella realtà, secondo ogni accezione sensata di questo termine.

Le farò un altro esempio. Supponga di essere prigioniero in una stanza chiusa, con un’unica finestra che guarda su una via. Supponga che la sua prigionia sia necessaria. Intendo: in nessun caso, in nessun modo lei potrebbe mai uscire dalla stanza, perché ciò violerebbe qualche principio logico. Che idea potrebbe farsi della città che la circonda? Immagini di poter vedere dalla finestra un palazzo che ne copre parzialmente un altro. Potrebbe immaginare che il palazzo semi nascosto sia simile a quello che vede per intero; che ne so? che abbia un portone d’ingresso, un primo piano, tutte cose che non può e non potrà mai osservare direttamente. L’ipotesi sarebbe sensata ma, per qualche motivo, l’architetto del secondo palazzo ha costruito l’edificio su pilastri. Lei non li vede, ma essi fanno sì che non esistano né il portone d’ingresso, né quel piano nascosto che lei ha immaginato. Capisce cosa intendo? È questo il vostro problema, come le dicevo prima: essere costretti a ragionare per modelli. Il modello del secondo palazzo che lei ha costruito nella sua mente è del tutto coerente, ma purtroppo è falso, e lei non lo potrà mai sapere.

L’unica realtà di cui potete parlare è quella che potete osservare. Da ciò segue che lo studio della natura è un fatto attivo, non passivo, e Bohr aveva ragione. Attenzione che, se è così, anche i concetti che usate per descrivere il mondo non sono parte della realtà, ma solo del rapporto che voi stessi instaurate con il mondo. L’elettrone esiste solo nel vostro modo di comprendere l’universo. In un certo senso, siete voi che lo create.

Intervistatore:
Non sono sicuro di avere capito bene. Sento il bisogno di chiudermi nella mia stanza per riflettere. Ti ringrazio, mio Dio, per avermi raccontato tutte queste cose, e per avere illuminato la mia mente.

Dio:
Ma s’immagini. Non c’è di che. Torni pure quando vuole.