Tag

, ,

Sennar fermò la nave a 0,00135 parsec dal suo obiettivo, e fissò con attenzione il sole giallo che in quel momento appariva come la stella più brillante del cielo. I suoi molti occhi sfaccettati lo esaminarono a tutte le frequenze che gli erano accessibili direttamente, dalle microonde agli ultravioletti. Giudicò che si trattasse di una stella di tipo G, giunta probabilmente alla metà della sua vita. Allora attivò la strumentazione di bordo e si mise in contatto con Ylar.

– Voglio uno scanning globale del sistema. Guarda se ci sono pianeti nella zona di liquefazione dell’acqua.

– Obbedisco, padrone.

Era costretto ad aspettare. L’astronave che aveva rubato a Qadyl era antiquata e poco efficiente. L’automa di bordo era ossequioso ma spaventosamente stupido. Sennar maledì la sua sfortuna. Era stato intercettato dai Custodi proprio quando stava per mutare forma. Se ci fosse riuscito, nessuno più avrebbe potuto individuarlo. Sarebbe stato salvo, libero. In quel momento, invece, i potenti incrociatori della polizia stellare erano sulle sue tracce. Potevano raggiungerlo da un momento all’altro; doveva trovare un pianeta roccioso su cui rifugiarsi e ultimare la trasformazione.

La nave di cui si era impadronito era provvista di tutto, e lui sarebbe potuto sopravvivere per anni se non ci fosse stato il maledetto problema dell’acqua.  Non aveva fatto in tempo rifornirsi.

A un tratto si formò un’immagine nel suo campo visivo. Ylar gli stava trasmettendo le risposte che aspettava.

– Il terzo pianeta è ideale, padrone. Atmosfera di ossigeno, azoto, anidride carbonica e vapore acqueo. Acqua liquida in superficie.

Sennar sentì un’ondata di entusiasmo montare dentro di sé. Divenne purpureo, e le sue chele cominciarono a schioccare.

– Purtroppo però è abitato, padrone.

Maledizione! L’armamento della nave era modesto, e non avrebbe permesso una sterilizzazione completa della crosta. Avrebbe potuto creare una regione utile per i suoi scopi, diciamo un cerchio di qualche migliaio di chilometri di diametro. Ammesso, naturalmente, che gli alieni non fossero in grado di contrastarlo. Interrogò di nuovo Ylar.

– Che cosa sai delle specie che lo abitano?

– Almeno una ha raggiunto un livello culturale di tipo tecnologico.

– Quale stadio?

– Non posso dirtelo, padrone. C’è una specie di nebbia elettromagnetica che circonda il pianeta.

Poteva essere una cultura appena entrata nella fase scientifica. Sennar si sentì leggermente rinfrancato.

– Sono riuscito a captare uno spezzone di segnale, e a decifrarlo in parte. Vuoi esaminarlo, padrone?

– Certamente!

Quell’algoritmo doveva essere un relitto dell’epoca preluce, o ancora più antico. Non capiva letteralmente nulla. Davanti a Sennar si formò un’immagine.

– Non riesci a fare di meglio? Questa roba è limitata a una banda di frequenza strettissima, ed è visibile da un’unica angolazione.

– Lo so. Ti chiedo scusa, padrone. Purtroppo siamo distanti. Se avessi più tempo, riuscirei a migliorarla.

– Non importa. Falla andare avanti.

Si vedeva un interno. Le pareti sembravano completamente coperte dai pannelli di controllo di qualche tipo di macchinario. Nessuna figurazione: né bassorilievi in movimento, né fontane di luce o altri abbellimenti. A prima vista sembrava una cultura di terzo stadio, non di più.

Due alieni si fronteggiavano. Il più piccolo esibiva un’appendice rosea sulla sommità del corpo, con organi esterni che l’immagine non permetteva di esaminare in dettaglio. Forse occhi, oppure apparati per la sintesi chimica. Non antenne, però. Naturalmente dipendeva dalle dimensioni reali del soggetto. Sennar stimò che la gravità del pianeta non avrebbe permesso l’evoluzione di individui molto più pesanti di un centinaio di tonnellate. Era escluso che disponessero di organi in grado di captare le onde radio con una risoluzione significativa.

L’altro alieno aveva un corpo nero, massiccio, con una specie di esoscheletro chitinoso che sembrava coprirlo completamente. Due specie. Simili ma non identiche. Lo stesso phylum. La cosa cominciava a farsi interessante.

Dai movimenti dei due alieni Sennar concluse che ci fosse del malanimo nell’aria. Sembravano ostili tra loro.

– C’è anche una traccia che sembrerebbe accompagnare le immagini. Si direbbero vibrazioni elastiche longitudinali che si propagano in un gas.

– Vuoi dire suoni?

– Esatto, padrone. Non ho avuto tempo di decifrarle, ma ci sono due termini che ricorrono: Luke Skywalker e Darth Fenner. Ti dicono qualcosa, padrone?

– Come vuoi che mi dicano qualcosa, specie di algoritmo sottosviluppato! Non sono mai stato in questa parte della galassia. Hai esaminato le apparecchiature sullo sfondo?

– Sì padrone, ma non sono riuscito a individuarne la funzione.

Per quanto arretrato fosse, Ylar poteva consultare il database di tutte le tecnologie galattiche. Com’era possibile che non riuscisse a identificare quelle macchine? Preoccupato, Sennar divenne azzurro.

– Vai avanti con le immagini.

I due alieni emisero suoni gutturali per qualche secondo, poi attivarono quelle che sembravano armi. Cilindri scuri da cui pareva fuoriuscire una fiamma. Un getto di plasma? Sennar osservò la scena con attenzione, poi s’immobilizzò, esterrefatto: quegli oggetti erano spade laser!

Inconcepibile. Per disporre di spade laser dovevano essere in grado di fornire massa ai fotoni, e per fare questo dovevano controllare il campo di Higgs! No, neppure così ci sarebbero riusciti. Perfino la sua specie non era in grado di fare una cosa simile. Questo spiegava anche le apparecchiature indecifrabili. Tecnologia del nono stadio, se non di più. Sennar si fece blu. Sentiva che le sue speranze di aver ragione degli alieni si facevano minime.

Intanto lo scontro tra i due esseri continuava. Sennar si accorse che le spade laser cozzavano tra loro come se fossero oggetti materiali. Evidentemente erano in grado di cambiare lo spin dei fotoni.

Impossibile. Che fossero capaci di controllare l’energia oscura? Sennar si fece violetto. Non c’era razza nella Galassia, per quanto evoluta, che potesse fare una cosa simile. Ma perché non usavano scudi? Forse si trattava di una lotta rituale, come quelle che si svolgevano sul suo pianeta natale nei giorni dell’allineamento tra Gradia e Namur.

Un bel rischio, oltretutto. Se avessero sbagliato qualcosa, avrebbero potuto creare una frattura nel tessuto dello spazio tempo in grado di ingoiare miliardi di soli. Per un attimo gli venne in mente che sarebbe stato suo dovere avvisare quelli della sua razza, poi scacciò quel pensiero assurdo. I Custodi l’avrebbero comunque imprigionato, forse addirittura ridotto a polvere subatomica.

Continuò a osservare l’azione, come ipnotizzato. L’alieno più piccolo aveva perso la sua spada laser. Fece un salto all’indietro come se volasse. Per fare una cosa simile, vista la gravità del suo mondo, avrebbe dovuto avere dimensioni ridottissime, non più di pochi centimetri di lunghezza. Tuttavia era del tutto impossibile che le spade laser fossero miniaturizzate. Sennar non aveva idea di come potessero essere state costruite, anche ammettendo che in realtà gli alieni fossero di grandi dimensioni. Da dove prendevano l’energia?

L’unica spiegazione è che la scena cui stava assistendo fosse stata ripresa su un mondo dalla gravità molto minore. Eppure non c’erano segni che indicassero un’attività spaziale. Gli alieni non sembravano interessati ai viaggi nello spazio. Del resto c’erano molte razze nella Galassia, anche avanzatissime, che non mostravano nessuna curiosità verso l’esplorazione di altri mondi.

Tornò a concentrarsi sulla scena. L’alieno più piccolo si era ripreso, era riuscito ad afferrare nuovamente la sua spada laser e stava mettendo in seria difficoltà il suo avversario dall’esoscheletro chitinoso. Nel frattempo era comparso un terzo alieno, che sembrava limitarsi a osservare il combattimento.

L’alieno dall’esoscheletro nero cadde, e quello piccolo ne approfittò subito per troncargli un arto. Anziché sangue, icore o qualche altro liquido vitale, dalla ferita uscì un groviglio di fili che sembravano cavi. Dunque la creatura nera era un automa!

La faccenda si faceva più chiara. Anche sul suo pianeta si svolgevano esercitazioni di combattimento con robot. Questo serviva a perfezionare l’addestramento dei cavalieri, anche se naturalmente nessuno usava le spade.

Il terzo alieno si era sollevato, e si avvicinava a quello con l’estremità rosea. Per un attimo Sennar pensò che volesse congratularsi con lui, ma improvvisamente dai suoi arti partirono lampi di energia che iniziarono a colpire l’essere roseo. Sennar era stupefatto. Il piccoletto cadeva, per poi rialzarsi ogni volta. Possibile che fosse in grado di resistere a quell’attacco forsennato?

Improvvisamente l’alieno chitinoso si sollevò, afferrò il lanciatore di energia con l’unico arto che gli rimaneva e lo scaraventò in una specie di pozzo senza fondo, fino a provocarne la distruzione in un lampo di luce.

Il filmato terminava in quel punto. Sennar era blu scuro. Non poteva dire di avere capito la scena nei dettagli, ma quello che aveva visto gli bastava.

– Ylar! Dove sei?

– Sono qui, padrone.

– Quanto dista il più vicino sistema con pianeti rocciosi?

– Sei parsec, padrone.

– Muoviamoci! Facciamo ancora in tempo a raggiungerlo!