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Ci sono domande che appaiono fondamentali rispetto al significato delle nostre esistenze. Che cosa succede dopo la morte? Qual è il significato ultimo dell’Universo? Chi l’ha creato? Perché gli esseri viventi appaiono così diversi dalla materia inanimata? La maggior parte delle persone ritiene che a tali domande non possano essere date risposte razionali: le uniche risposte possibili sono quelle fornite dalle religioni, oppure da riflessioni metafisiche prive di riscontri empirici. Tuttavia la ricerca moderna sta facendo arretrare la barriera che separa la pura speculazione dalla conoscenza scientifica. L’atomo, per Democrito, era un oggetto del tutto filosofico, mentre i fisici di oggi ne analizzano la struttura con strumenti tecnologici; ancora all’inizio del novecento la cosmologia era considerata un ramo della metafisica, mentre oggi è una disciplina scientifica basata su osservazioni rigorose. Può capitare lo stesso anche a problemi come la sopravvivenza dell’anima dopo la morte o l’esistenza di Dio? La scienza può dirci qualcosa a riguardo? In questo momento molti scienziati e filosofi ritengono di sì.

Il tema della cosiddetta interfaccia tra scienza e religione è complesso, e in tempi recenti è stato affrontato da diversi pensatori. Senza nessuna pretesa di esaurirlo, vorrei dedicare questo post a due libri sull’argomento, e cioè L’illusione di Dio, di Richard Dawkins e Dio e la nuova fisica di Paul Davies. Pur essendo entrambi scienziati e non credenti, l’atteggiamento di fondo di questi due autori è molto diverso.

Richard Dawkins è un biologo, noto per avere elaborato il modello evolutivo detto del gene egoista: uno sviluppo interessante del darwinismo, che tra l’altro spiega alcuni fatti (come i numerosi casi di “altruismo” nel mondo animale) che a prima vista sembrerebbero inesplicabili. Dawkins è polemico per carattere e per temperamento. Ama le affermazioni esagerate, anche in campo scientifico. Nel suo libro intitolato appunto Il gene egoista afferma: “noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per conservare quelle molecole egoiste note col nome di geni”. E’ un punto di vista che può apparire riduttivo, perfino offensivo della nostra “dignità di esseri superiori”. Nel libro L’illusione di Dio il tono che adotta nei confronti delle religioni è sistematicamente polemico, se non addirittura velenoso. Per Dawkins la religione è un nemico da combattere, un meme nefasto da estirpare.

Paul Davies è un fisico teorico, autore prolifico di saggi divulgativi di ottimo livello. L’atteggiamento di Davies è molto diverso (non a caso Dawkins considera Davies un cripto deista). Nel suo libro esamina in modo (almeno apparentemente) imparziale le possibili risposte scientifiche alle domande di cui sopra. Anche Davies, di fatto, conclude che le posizioni tradizionali delle religioni su questi temi non sono scientificamente sostenibili, ma lo fa tenendosi aperta, per così dire, la porta del dubbio. Alla fine del suo trattato, ad esempio, afferma: “…non avevo intenzione alcuna, scrivendo questo libro, di risolvere con disinvoltura gli antichi problemi della religione; ho cercato invece di estendere il contesto in cui, tradizionalmente, si discutono le questioni religiose.

Tanto Dawkins quanto Davies sembrano condividere una posizione di fondo che lo stesso Dawkins definisce ateismo panteista. Il biologo inglese ce ne spiega il significato citando Einstein: “Sentire che dietro alla nostra esperienza del mondo c’è qualcosa che la mente non può afferrare e la cui bellezza e sublimità cogliamo solo in maniera indiretta, come debole riflesso, è religiosità. In questo senso sono religioso.” Prosegue Dawkins: “In questo senso lo sono anch’io, benché con una riserva: ritengo infatti che non poter afferrare non significhi necessariamente non poter afferrare per l’eternità.” E’, in sostanza, il concetto di arretramento della barriera tra scienza e metafisica di cui si è parlato, sostenuto da Dawkins in modo forte. Significa puntare a comprendere Dio dal punto di vista razionale? E’ davvero immaginabile questa operazione?

Prima di proseguire, credo di dover dichiarare la mia posizione personale (anche per onestà nei confronti di chi mi legge). Per molti anni mi sono considerato agnostico; tuttavia, la lettura del libro di Dawkins mi ha fatto venire il dubbio che in realtà dovrei dichiararmi ateo (sia pure in senso panteista). Ho pensato a lungo al problema, e alla fine ho concluso che forse agnosticismo è la posizione che descrive meglio quello che penso. Per essere più preciso: nello schema adottato da Dawkins dovrei definirmi senz’altro ateo, e tuttavia non concordo del tutto con questo schema. Nel seguito di questo post cercherò di spiegare perché.

Al di là degli atteggiamenti polemici, la posizione di Dawkins ha il pregio di essere molto lucida. Il termine ateo si applica per definizione a chi non crede in Dio; ma che cos’è Dio? Nel contesto delle religioni tradizionali, Dio è un termine ben definito. Per un cattolico, ad esempio, Dio è un essere soprannaturale che ha creato il mondo, che determina il corso degli eventi ed è anche in grado di violare le leggi di natura (l’onnipotenza gli permette di compiere miracoli); è onnisciente, è uno e trino, si è incarnato in Gesù, eccetera. Il fatto che il concetto di Dio sia ben definito permette a chiunque di affermare che crede o non crede. Tuttavia, nel momento in cui ci si dichiara “atei”, la questione si riapre. Se sei ateo nel senso che non credi a Yahweh, o ad Allah, questo significa che non credi in nessun Dio possibile?

Dawkins è molto chiaro su questo punto. La sua posizione è: non credo in nessun Dio passato, presente o futuro, che si presenti come un’entità soprannaturale. Secondo Dawkins il concetto di un Dio soprannaturale non è intrinsecamente contrario alla ragione, ma semplicemente molto, molto improbabile rispetto a ciò che la scienza ha scoperto del mondo; in un certo senso questo concetto è incompatibile con un modo di pensare scientifico e razionale. Dawkins si scaglia contro l’agnostico Stephen Jay Gould, che ha sostenuto il concetto dei magisteri non sovrapposti. Dice Gould: “La sfera o il magistero della scienza riguarda il regno dell’empirico… Il magistero della religione riguarda le questioni dei significati ultimi e dei valori morali. Questi due magisteri non si sovrappongono… Per citare un vecchio modo di dire, la scienza stabilisce l’età delle rocce, la religione ha le sue fondamenta nella roccia dei tempi; la scienza studia com’è il cielo, la religione come andare in cielo.” Per Dawkins, invece, non ci sono magisteri separati. L’idea di Dio è un’ipotesi scientifica come qualsiasi altra, su cui al massimo è possibile assumere un atteggiamento di agnosticismo temporaneo pragmatico: anche se per il momento non sappiamo la risposta, questa risposta c’è ed è alla nostra portata. Dal punto di vista di Dawkins, il concetto di magisteri separati può essere sostenuto da uno scienziato solo per motivi tattici; ad esempio, per non irritare le organizzazioni religiose e i loro adepti.

Questo punto è importante, e forse va chiarito. C’è una differenza fondamentale tra l’atteggiamento scientifico e quello religioso. In questo senso Dawkins ha ragione: non si tratta di magisteri separati, ma di punti di vista diametralmente opposti dei quali uno solo può essere sostenuto razionalmente. L’atteggiamento scientifico è sistematicamente scettico: nessuno possiede la Verità. La storia della scienza ci ha insegnato che in moltissimi casi affermazioni ritenute vere dall’intera comunità scientifica si sono rivelate inconsistenti. Si pensi all’ipotesi del calorico, oppure al flogisto, concetti oggi del tutto abbandonati; ma non solo. Per circa trecento anni scienziati del calibro di Newton o Maxwell sono stati graniticamente convinti della validità di un principio di semplice buon senso, quello detto della relatività di Galileo. Oggi sappiamo che la relatività di Galileo è solo un’approssimazione di un principio più generale (la relatività di Einstein). Per certi versi la più grande cantonata che gli scienziati abbiano preso si riferisce al geocentrismo. Vorrei notare che l’ipotesi tolemaica non era un “delirio metafisico”, ma una solida posizione scientifica, suffragata da evidenze osservative (almeno prima dell’invenzione del telescopio). Insomma, chiunque abbia studiato l’evoluzione del pensiero scientifico sa che le affermazioni della scienza sono essenzialmente ipotesi di lavoro, valide finché la realtà (o una teoria più avanzata) non le smentisce.

Le religioni, viceversa, propongono verità assolute. L’atteggiamento religioso tende a dedurre la realtà da affermazioni a priori. Ai tempi di Galileo l’astronomo pontificio si rifiutò di guardare attraverso l’oculare del telescopio, sostenendo che qualsiasi cosa avesse visto, se contrario alle scritture, sarebbe stato soltanto un inganno dei sensi. Occorre dire che questo atteggiamento di fondo dei religiosi è cambiato, dai tempi di Galileo. Accanto a integralisti duri e puri, che ancora oggi non ammettono altro che un’interpretazione letterale delle scritture, esistono moltissimi credenti del tutto aperti alla possibilità che la Bibbia o il Vangelo si esprimano per metafore. Lo stesso Galileo era un uomo devoto. Dal punto di vista dello scienziato pisano, Dio non poteva avere creato il mondo allo scopo di confonderci le idee. Le scoperte della scienza, per Galileo, ci avvicinano a Dio, non ne comportano la negazione.

E’ possibile ragionare sulle domande ultime, evitando di darsi risposte che siano solo dogmi di fede? Stando a Paul Davies, si direbbe di sì. Nel seguito di questo post mi limiterò a un solo aspetto del problema: come ho già detto, una trattazione esaustiva sarebbe impossibile in uno spazio limitato come questo. La domanda è la seguente: è possibile definire Dio in senso razionalista, superando il limite posto da Dawkins sulla sua natura soprannaturale? Se lo stesso Dawkins, rispetto al panteismo di Einstein, si dichiara religioso, dovrà pur esserci una definizione che metta d’accordo i panteisti. Il problema, però non è banale.

Si sarebbe tentati di definire Dio come il significato ultimo del mondo. Tanto Dawkins quanto Davies danno la sensazione di credere in un significato, senza attribuire a questa parola un peso particolare. E’ come se dessero per scontato che si possa parlare di significato, e che l’uso di questo termine non generi problemi. Io però già m’immagino i teologi sorridere scuotendo la testa. C’è una certa ingenuità filosofica in questo modo di vedere la questione.

Nulla possiede un significato in assoluto. Siamo noi che diamo un significato alle cose. Se cerchiamo il significato del mondo, in sostanza, stiamo ponendo l’accento non sulla realtà, ma sul nostro rapporto con essa. Immaginiamo un mondo popolato da gatti super evoluti. Per i gatti l’olfatto ha un’enorme importanza: l’odore delle cose è fondamentale per capirle. Un filosofo del mondo dei gatti potrebbe quindi domandarsi qual è l’odore dell’Essere. Credo che, a una mente superiore alle nostre, il fatto di cercare il significato del mondo potrebbe sembrare altrettanto ingenuo. In qualche modo, se ci concentriamo sul significato ci stiamo riferendo al mondo dei fenomeni, non all’Essere di per sé. Dato che la cosa in sé, come la chiamava Kant, non è per definizione indagabile, questo ragionamento sembrerebbe dare ragione a chi sostiene che la domanda ultima sull’esistenza di Dio può al massimo avere risposte metafisiche, materia di fede, non sostenibili razionalmente.

Esiste però un modo diverso di porre il problema del significato. Questo modo è espresso da quella che a me pare la madre di tutte le domande possibili:

Perché esiste qualcosa?

L’esistenza di qualcosa è una conseguenza immediata del cogito cartesiano, ed è una delle poche certezze filosofiche che possiamo avere. A differenza del significato, tuttavia, questa domanda può essere indagata razionalmente, come ci spiega Paul Davies. Il termine “perché”, infatti, rimanda al concetto di causa. Se domando al signore che mi sta accanto sulla pensilina del metrò: “perché il treno tarda tanto ad arrivare?”, in realtà gli sto chiedendo se conosce la causa del ritardo. Messa in questi termini, la madre di tutte le domande rimanda a un contesto che è stato ampiamente studiato nella storia della teologia, e cioè alla classe delle cosiddette prove cosmologiche dell’esistenza di Dio, e in particolare a una, quella che Davies definisce “ex contingentia mundi”. In sostanza l’argomento è il seguente.

1) Ogni cosa ha una causa; 2) quindi anche l’universo deve avere una causa; 3) tale causa non può essere parte dell’universo, perché il tutto non può essere causato da una sua parte; 4) quindi deve esistere una causa ultima (Dio) che non è soggetta alle limitazioni dei fatti contingenti, che sono caratteristici del mondo; 5) se ne deduce che Dio è necessario, non contingente.

Vorrei notare che, a parte l’ultimo punto (il fatto che si possa dedurre che Dio è necessario a me pare debole), il ragionamento non implica nulla a proposito delle “caratteristiche” di Dio: non ci dice che è uno e trino, o che assomiglia al Brahman, o che non è lecito raffigurarlo. In altre parole, la ricerca di una causa ultima sembra davvero una questione puramente filosofica. L’argomento non è banale, e a mio parere non può essere liquidato, come fa Dawkins, semplicemente mettendolo in ridicolo. La causa ultima dell’Essere potrebbe essere la madre di tutte le risposte: quanto di più vicino a Dio ci possa essere in un contesto razionale. Tuttavia, come fa notare Davies, c’è un problema che la scienza moderna ha messo in luce, che potrebbe rendere insensata la domanda stessa. Il punto è che la causalità è vista oggi come una categoria applicabile sulla nostra scala, non necessariamente su altre scale dimensionali.

La meccanica quantistica descrive il mondo atomico e subatomico ricorrendo al concetto di collasso della funzione d’onda. Immaginiamo una monete quantistica, che può essere osservata negli stati testa e croce. Dal punto di vista della meccanica quantistica, finché nessuno la osserva essa si trova in uno stato misto: un po’ testa e un po’ croce. Che ha nessuno venga in mente di cercare un significato intuitivo in questa affermazione; si tratta solo di esprimere a parole un concetto matematico: la funzione d’onda della moneta comporta un mescolamento di stati. Nel momento in cui la osservo, però, tale funzione d’onda collassa. Come risultato, posso osservare la moneta solo in uno stato definito: come testa o come croce. La probabilità di osservarla in uno stato particolare può essere calcolata in modo semplice dal valore della funzione d’onda nel momento in cui è avvenuta l’osservazione. In ogni caso, tuttavia, si tratta di una probabilità pura. In altri termini, non esiste una causa del fatto che io abbia osservato testa o croce. Il risultato è intrinsecamente casuale. Il postulato quantistico di un mondo essenzialmente non causale fu una delle ragioni (forse la principale) che spinsero Einstein, determinista convinto, a battersi contro l’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica. Tuttavia la causalità potrebbe venire meno anche quando si esplora l’infinitamente grande. Per certi versi ciò è paradossale: l’attuale modello dominante della cosmologia si basa proprio sulle idee di Einstein.

Il problema è che il modello standard della cosmologia non colloca nel tempo l’origine dell’universo. Il Big Bang non è stata un’esplosione di materia nello spazio, ma un’esplosione dello spazio, anzi dello spazio-tempo. Secondo tale modello non ha senso porsi la domanda di che cosa ci fosse prima del Big Bang: non c’è un prima del Big Bang, il concetto è privo di senso. D’altra parte, qualsiasi causa rimanda a un contesto temporale: le cause precedono gli effetti. La causa ultima del mondo, qualunque essa sia, dovrebbe quindi essere fuori dall’universo (come afferma la prova teologica ex contingentia mundi), ma ciò non è possibile perché dovrebbe anche essere fuori dal tempo, e quindi smetterebbe di essere una causa.

Possiamo considerare definitivo questo ragionamento? Abbiamo dimostrato che il problema della causa ultima del mondo è mal posto? Che la madre di tutte le domande non ammette una risposta? Per parte mia, mi considero un adepto dello scetticismo scientifico; di conseguenza, se rispondessi di sì entrerei in contraddizione con me stesso. Se è vero che le affermazioni scientifiche sono solo ipotesi di lavoro, allo stato attuale delle conoscenze posso solo affermare che l’ipotesi di Dio non è consistente con la fisica che conosco; dunque sono agnostico, non ateo, con buona pace di Richard Dawkins. Per certi versi questa constatazione mi conforta: tiene aperta la possibilità che prima o poi mi appaia in sogno mio nonno, e mi dia i numeri vincenti del lotto :-).