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Non saprei dire se alla fine degli anni sessanta il bar Jamaica fosse ancora il vero Jamaica. Nell’ultimo decennio il mondo era cambiato; in un qualche momento imprecisabile era capitato qualcosa che, esaminato con il senno di poi, faceva da spartiacque tra due epoche, separava un prima e un dopo. Il prima era il vecchio quartiere di Brera con le sue case popolari fatiscenti, i mercatini rionali, il teatro Fossati, la ligera, le puttane sessantenni con i loro clienti fissi da quarant’anni. Il dopo era una zona di lusso abitata dai ricchi con le mogli impellicciate. Le case popolari erano state fisicamente svuotate. Ingegnosi architetti avevano trovato il modo di conservarne soltanto il guscio esterno che, opportunamente rimesso in sesto e intonacato, conservava l’apparenza degli edifici della vecchia Milano. Dentro però tutto era nuovo, rifatto: pavimenti di cemento armato per separare i piani, muri di tavelle nuove al posto delle vecchie (che erano così coperte di buchi di chiodi da sembrare vittime di una sparatoria), tubi di plastica al posto di quelli di un tempo, fatti di piombo, fili elettrici che correvano nascosti nei muri (mentre prima erano aggrovigliati in trecce appese alle pareti, sostenute da grossi tasselli di ceramica e coperte di ragnatele).

Il prima era quello dei vecchi bar di Brera. Forse c’era stato un ancora prima in cui quei bar erano vere osterie, quelle che negli anni sessanta si trovavano soltanto sui navigli: popolate di bevitori di barbera, e di suonatori di chitarra che dirigevano cori di ubriachi su testi che avrebbero fatto arrossire uno scaricatore di porto. Sull’ancora prima, se c’è stato, non posso esprimermi: non ero tra gli ospiti di questo pianeta. Per come li ricordo, i bar di Brera degli anni sessanta non erano più osterie e non erano ancora locali alla moda, dove manager e professionisti, vestiti con abiti casual finto – trasandato si ritrovano per un meritato happy hour, armati dei loro iPad, mentre telefonini di ultima generazione inviano loro i sommessi beep che annunciano l’arrivo di nuovi messaggi di posta elettronica.

A cavallo tra il prima e il dopo, quei bar erano in evidente crisi di identità. I pittori, ormai, li evitavano. Non c’era più modo di incontrare Dylan Thomas seduto a un tavolo del Jamaica, di cui qualcuno mormora sia stato un avventore, nelle sue tappe milanesi. C’erano solo gli studenti in lotta, che entravano con gli eskimi verdi di ordinanza, le sciarpe lunghe intorno al collo con i lembi che penzolavano sul petto e sulla schiena, l’immancabile nazionale semplice semi accesa tra le labbra. Del resto, è naturale: via Brera era l’inevitabile luogo di confluenza tra gli iscritti all’Accademia e quelli del liceo Parini, tempio di zanzare scandalistiche e di gloriose occupazioni.

I vecchi frequentatori, la gente del quartiere, non capivano esattamente cosa stesse succedendo. Abbandonavano Brera per rifugiarsi nel vicino quartiere del Garibaldi, dove ancora esisteva la trattoria di Scoccimarro (trecento lire per un primo, un secondo, un contorno e un bicchiere di vino; se volevi anche il caffè, dovevi pagartelo) o l’enoteca (non saprei come chiamarla: come si dice in italiano il locale di un vinaio? Una vineria?) gestita dal mitico Cino Moscatelli, comandante partigiano e fondatore della repubblica dell’Ossola. Un signore gentile, già anziano, piccolo di statura, di cui nessuno avrebbe potuto immaginare, a vederlo, che potesse essere stato un eroe di guerra. Questi vecchi frequentatori, qualche volta apparivano ancora nei bar come il Geni’s, o il Bar Brera, o il Jamaica. Se ne stavano tra di loro, ma qualche volta fraternizzavano con noi studenti ricchi, che offrivamo loro un bicchiere per farci raccontare com’erano quei posti quando loro erano giovani. Lili Marlene. Tedeschi in divisa. Bombe a grappolo sulla città. Ma questa è un’altra storia.

Com’era il Jamaica? A parte il fatto di essere stato il re dei bar di Brera in quell’ancora prima che non so raccontare, nulla nel suo aspetto lo rendeva più affascinante di altri locali. Le piastrelle bianche sulle pareti continuavano a dargli un aspetto simile a una stazione della metropolitana di qualche vetusta città europea. I banconi di legno, pur essendo proprio quelli originali e unici del Jamaica, non erano distinguibili dai loro omologhi in uso presso altri bar della zona. La signora che gestiva il locale non aveva nulla di stravagante, di originale o di bohemien, neppure un accenno di baffi alla Salvador Dalì. La prima volta che vi entrai (potevo avere quindici anni) la cosa che più mi colpì non furono gli artisti o il furore intellettuale di cui non restava traccia, ma il modo geniale di preparare i panini con la salsiccia, quelli che poi vennero chiamati hot dog, quando la moda degli Stati Uniti cominciò a dilagare. Veniva preso un panino di forma allungata. Gli veniva tagliata la punta, poi lo si infilava in un apposito perno caldo, di metallo lucido. In questo modo se ne otteneva il riscaldamento e lo svuotamento con un’unica operazione. Così preparato, il futuro hot dog veniva riempito di senape di Digione, quindi vi veniva infilata la salsiccia, in modo che ne fuoriuscisse soltanto la punta: non più di un paio di centimetri. Era un sistema ingegnoso ma, alla fine dei conti, in grado di giustificare solo parzialmente la fama mitica del locale.

Cosa dire poi di quei vecchi frequentatori di osterie? Non sperate di ritrovarli più, voi che vivete in un dopo successivo al dopo. Erano parte del quartiere come le vecchie case, come la nebbia che scivolava d’inverno tra via Solferino e via Pontaccio, resa visibile dalle lampade gialle rettangolari che venivano dette al sodio. Le lampade erano a tutti gli incroci, installate da un’amministrazione comunale che, come un antico esorcista, tentava di allontanare gli spettri nebbiosi che penetravano in città, di notte, venendo dalle infinite rogge che attraversavano quella che ancora era una campagna. I frequentatori di osterie erano più rari delle lampade al sodio, ma ancora se ne trovava qualcuno.

C’era il pittore di paesaggi e di vedute del Naviglio, imbevuto di vino come sono intrise di acqua salmastra le spugne dell’oceano Indiano. C’era la vecchietta pasionaria comunista che si sedeva al tuo tavolo e stava zitta per dieci minuti, accennando soltanto sì e no con la testa, per poi scriverti un biglietto in cui ti spiegava che aveva scommesso con il Gino (o con qualcun altro, non lo so) che un vero compagno poteva stare quarantotto ore senza dire una parola, grazie alla sua estrema forza di volontà. Senz’altro uno stratagemma del Gino (o di qualcun altro) per farla star zitta un paio di giorni. Una volta che stavamo chiacchierando davanti a una bottiglia si sedette al nostro tavolo un barbone non invitato, che si fece portare un bicchiere. Silenzioso, con lo sguardo assorto e perso in lontani paesaggi, attinse copiosamente dalla bottiglia in cui il verde del vetro si fondeva così dolorosamente con il rubino. A un certo punto sollevò lo sguardo, ci fissò negli occhi, e ci spiegò che lui era un ingegnere navale; poi scosse la testa e soggiunse che nella vita, a volte, accadono degli imprevisti disastrosi.

 

Un giorno passavo da solo da quelle parti ed entrai al Jamaica. Il locale era quasi vuoto, la signora chiacchierava con un avventore al banco, io avevo da leggere non so cosa e mi sedetti ordinando uno dei famosi hot dog. Stavo già per addentare quella salsiccia dal profumo paragonabile soltanto a un tramonto d’oriente, quando con la coda dell’occhio vidi il pittore di paesaggi del Naviglio che si dirigeva verso il mio tavolo. L’ipotesi di proseguire la lettura era ovviamente da scartare, ma ero giovane, a quei tempi, e il bisogno di comunicare superava in me qualsiasi interesse culturale. Lo accolsi come un fratello, e rendendomi conto della sua estrema sete feci portare un paio di bicchieri.

Stavamo chiacchierando del più e del meno da una decina di minuti, quando vedemmo entrare un personaggio dall’aspetto strano, che non avevo mai visto prima nei dintorni. Era alto, magrissimo, portava un lungo cappotto militare di cui non si sbarazzò neppure dopo essersi seduto. Aveva la fronte convessa, la più ampia che abbia mai visto. Il naso aquilino sporgeva dal suo volto come un’antica polena, separando gli occhi distanti, di un azzurro intenso, che sembravano osservare l’infinito. In alcuni momenti il suo volto ricordava un’icona russa. Si avviò verso il banco, sollevò una mano con due dita tese, come se benedicesse. A quel cenno, come se stesse recitando un copione stranoto, la signora gli mise davanti un bicchiere e lo riempì di Porto. Per diversi secondi nell’intero locale si fece silenzio, mentre gli occhi di tutti i vecchi avventori seguivano il tragitto dello sconosciuto dal banco fino a un tavolo isolato. Il mio amico pittore, come tutti gli altri, aveva osservato con attenzione i movimenti del nuovo entrato. Poi, scuotendo la testa, si era versato un altro bicchiere.

“Non lo conosci, vero? Sono almeno dieci anni che non lo si vede da queste parti. Quello è Sacha. Non so veramente come si chiami, ma tutti lo chiamano così. Se vuoi ti racconto la sua storia.”

Non gli dissi che volevo, ma lui non insistette su quel punto, facendomi capire che il se vuoi era una pura figura retorica.

“Venne qui portato dal Ramusio. Adesso tutti dicono che il Ramusio è un grande pittore, ma qualche anno fa non lo conosceva nessuno. Ti dico io come è andata la storia. Copiava tutte le idee di Franceschi. Franceschi gli telefonava, esaltato, e gli diceva: Ho avuto un colpo di genio, un quadro così e così. Come ti sembra? e il Ramusio gli diceva: Pessimo. Una cosa così non la venderai mai. Poi ci si metteva, e in una notte lo faceva lui, il quadro, perfettamente uguale a come gli aveva detto Franceschi. Però era abile, e sapeva vendere. Un giorno andò in Germania, perché c’era un collezionista che aveva visto le sue opere. Quando tornò, insieme a lui c’era Sacha.

Tutti credono che sia polacco, o giù di lì. Non parlava una parola di italiano. Non parlava mai, ma capiva tutto. Ti ascoltava con un’attenzione straordinaria, ma no, non saprei come dire, ti ascoltava con intensità. Questo era il punto: l’intensità del suo sguardo. Non dicendo una parola, non si poteva capire se avesse veramente capito o no, ma il suo sguardo ti metteva i brividi dentro. Il Ramusio diceva che era un maestro, ma vai a capire. Io ho visto una decina di cose sue, e secondo me facevano schifo. Io non sarò Leonardo da Vinci, ma credimi, io l’accademia l’ho fatta. Lì ci insegnavano le ombre, la prospettiva, un sacco di cose. Dopodiché, dico io, uno è liberissimo di fare quello che vuole, quando dipinge, ma ci deve essere un senso. Se vai a vedere, nel Sogno di Costantino di Piero della Francesca la luce è tutta sbagliata; ma questo è fatto proprio per darti il senso della magia della scena. Lui secondo me sbagliava proprio. Non aveva nessuna mano, dipingeva come uno che non sa dipingere. Ma poi, puoi non saper dipingere e avere qualcosa dentro, il senso della forma, quello del colore, puoi provocare, bestemmiare, fare incazzare i borghesi. Lui no. Erano proprio delle croste, le sue. Nessuno di noi capiva perché il Ramusio avesse voluto portarlo qui, e perché gli desse tanta importanza. Gli faceva conoscere gente, lo presentava come una perla rara, il frutto più maturo di quella cultura mitteleuropea alla quale guardavamo un po’ tutti come una luce lontana. Peggio: gli presentava i galleristi e i collezionisti. Ramusio cominciava a contare, e la sua presentazione valeva già qualcosa, te lo dico io. C’era gente che moriva dalla bile.

Un giorno se lo portò a casa della contessina Valsenti del Cossa. Si dice che di famiglia si chiamassero solo Valsenti, e che il nome del Cossa sia stato aggiunto perché il nonno era amico personale del Bucione. Valsenti, da solo, suona male. Ma c’era qualche zia di ottavo grado, qualche antico antenato per parte femminile, chi lo sa? qualche ammasso di ossa calcinate sotto una lapide indecifrabile che aveva nome del Cossa, e perché non aggiungerlo, in fondo? Valsenti del Cossa… senti che suono rotondo. Ti si avvolge intorno alla lingua, mentre lo dici.

Il nonno amico del Buce doveva essere un Billy Bones della bassa padana, specializzato in compravendita di mangimi per polli, non lo so. Di sicuro, ha fatto i soldi e li ha lasciati agli eredi. La contessina Roberta vive in un palazzo del quattrocento con finestroni piombati originali dell’epoca, e camerieri che sbucano dagli angoli quando meno te lo aspetti, ti reggono il paltò, ti sbronzano di aperitivi serviti con sguardo anglosassone, un po’ razzista, come se capissero al volo che tu, lì in basso, non puoi permetterti due cognomi. Il palazzo è tappezzato di quadri. C’è di tutto, dai Fontana alle croste di formaggio. C’è perfino, apri le orecchie, un Canaletto autentico con tanto di certificato.

La collezione deve essere stata incominciata dal nonno Billy Bones. Sai perché quel genere di persona collezioni quadri? L’unico motivo è che sperano di farci altri soldi. Loro, in effetti, non ne capiscono un cazzo. Se no, mi spieghi come avrebbe fatto il Ramusio a vendergli dodici-quadri-dodoci in un’unica notte di delirio artistico-monetario? Siccome non ne capiscono un cazzo, si rivolgono a qualche nome importante, a un critico, a un gallerista, che dica loro chi vale la pena di comprare. Certo, quelli fanno gli affari loro. Se si ritrovano nello scantinato qualche vecchia tela buona solo per coprire i buchi nel soffitto, tracchete, gliela rifilano come l’estrema sintesi della crisi del novecento, e sono a posto con la coscienza, perché dimmi tu qual è la stronzata che non puoi vendere sotto questa definizione.

A volte anche loro sbagliano. I Valsenti hanno comprato due Tancredi per un tozzo di pane nel quarantanove, roba che adesso Dio sa cosa può valere. Insomma, te la faccio breve. Il Ramusio ci sguazzava, in quell’ambiente. Faceva finta di avere la “erre moscia”, capisci, e baciava la mano alle donne. Poi si metteva davanti ai suoi quadri, strizzava gli occhi come una gallina, e diceva: Questo è vevamente bello, ma non posso vendevlo. E’ il punto di inizio di qualcosa di nuovo, non è un quadvo, è uno stvumento di lavovo. Vede, contessa, pev secoli si è cevcato di capive quale sia il modo, pev una civiltà plastica matuva, di coniugave la pvofondità espvressiva che solo l’estensione millenavia di una cultuva ovmai al suo apice può pvoduvve con quel magico senso di inizio delle cose che è cavattevistico del mito. eccetera eccetera. Ti garantisco che riempiendo la testa di quella poverina di panzane di questo genere riusciva a venderle un quadro al mese. Insomma: il Ramusio porta Sacha dalla contessina Roberta, e quello ascolta, ascolta, ascolta senza mai dire una parola. Lei gli chiede cosa ne pensa dei Tancredi, dei Fontana, del Canaletto, e lui la fissa, magnetico, con due occhi come fessure, e sembra un santo venuto fuori dalla grande porta di Kiev, o che cazzo ne so. Lei lo rimira stupita, cercando di capire se ha capito, e lui non dice una parola. Il maggiordomo anglosassone gli offre l’aperitivo, e lui lo guarda attraverso, mandandogli a male le arie, lo tratta come un servo. Invece dei commenti impacciati di noi poveracci, gentucola, frequentatori dei bar di Brera, l’austero gallinaccio dall’aria britannica riceve in cambio lo sguardo silenzioso, insondabile di Sacha, manco fosse un profeta siriaco in preda alle visioni.

Ora, stammi a sentire: se sei stupido o intelligente, ha poca importanza. Se vuoi dare l’impressione di essere veramente intelligente, la cosa migliore che puoi fare è stare sempre zitto. La gente crede che tu abbia chissà quali pensieri profondi. Secondo me Sacha non capiva, o al massimo capiva qualche parola. Anche adesso, che cosa credi? posso raccontarti di lui a voce alta, anche se è a tre metri da noi. Non credere che capisca. Però è abilissimo nelle espressioni. Ti guarda con un aria così penetrante, che tu capisci, se hai detto una stronzata (perché, se l’hai detta, in qualche modo ne sei consapevole), che lui ha capito che hai detto una stronzata. Se invece hai detto una cosa intelligente, noterai in lui un’espressione di consenso, come se ti dicesse ebbene sì, noi comprendiamo queste cose, ma siamo rimasti in pochi. La sua faccia, in realtà, è sempre la stessa. Solo che ha questa abilità, di farti credere che ha capito, e che ti giudica dall’alto di un’intelligenza straordinaria. Io non so come faccia. Se parlasse, gli chiederei qualche lezione di sguardo.

In ogni modo, la del Cossa cinguetta, e Sacha ascolta. La del Cossa si fa piccina, piccina, perché sa di dire quasi solo stronzate e vede nell’espressione di Sacha la dura riprovazione delle medesime. Pensa di avere molto da imparare da questo pittore esotico, ne è estasiata, gli chiede lezioni. Già, non ti ho detto che la contessina Roberta non si limita a collezionare quadri, ne produce da sola al ritmo di una fabbrica con tanto di catena di montaggio. Solo marine. Intere cataste di marine, che poi allinea accanto ai Fontana, subito a destra del Canaletto. Perché non accettare? a Sacha basta uno sguardo per dire di sì, al massimo un cenno del capo. Forse non ha bisogno neanche di quello. Si limita a spostare lo sguardo, a farlo convergere dall’infinito verso le cose terrene per un breve istante, e la contessina va in brodetto.

Io non c’ero, non posso dirlo con esattezza, ma me lo immagino il giorno dopo percorrere le vie strette, con i palazzi antichi dai grandi portoni di quercia, raggiungere lo scalone, accolto dalla Valsenti del Cossa che freme sulla soglia, accedere al di lei studiolo tappezzato dei suoi modesti sforzi, e poi strizzare gli occhi, reggerle la mano delicata che tiene il pennello, intingerlo di carminio e di vermiglio. No, che dico? Questi non sono colori adatti a una contessa… di blu oltremare e acquamarina delicatamente fusi in un marezzo, una marea, una marionetta, un marsupiale, una marsina, un martello, un marrano. Lo vedo chinarsi sul suo collo sottile, respirare il profumo della sua pelle incipriata, ascoltarne i sospiri. E poi, chi lo sa come vanno queste cose? Chi se lo ricorda più? Forse lei fa la ritrosa, atteggia la boccuccia a un diniego, ma non categorico, non si sa mai che lui fraintenda.

Com’è, come non è, finiscono a letto insieme. E poi il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Le marine non progrediscono, e quelle poche di cui si ha notizia, in quel periodo, si gonfiano di nubi rosa e di ineffabili tramonti. Cosa ti devo dire? La marina è la sublimazione dell’anima romantica, la quale, se ha di meglio da fare, non perde certamente tempo con i colori ad olio. E poi, non lo diceva anche Dante? …conobbi il tremolar della marina. Se Sacha fosse stato Dante, avrebbe senz’altro scritto …conobbi il tremolar della Roberta. Sono giorni di studio e notti illuminate da lampade che gettano la loro morbida luce su coltri disfatte. Ma intanto la notizia che Sacha è l’amante della contessina Valsenti del Cossa fa rapidamente il giro di tutti i locali che contano. Ci si guarda in volto pallidi e sbigottiti. Qualcuno dice che la contessina dovrebbe cambiare nome, non più Valsenti del Cossa ma Valsenti del Casso. Sacha non si fa più vedere al Jamaica, e comunque il Ramusio non vuole più saperne di lui: dice che ha adottato metodi scorretti.

Un giorno, Sacha è dalla contessina, compare in casa la di lei zia: un’altra del Cossa. E’ una signora quarantenne ancora molto piacente. Detto tra noi, secondo me è meglio la zia della contessina, che è un po’ smorta. Anche la zia rimane ammirata dai silenzi di Sacha. Vorrebbe comprargli un quadro. Fa, come si dice, la gatta morta. La contessina è gelosa, si scatena una lite furibonda, ma la zia riesce a far filtrare un biglietto dalle sue mani aristocratiche in quelle da santo medievale di Sacha. Il bigliettino, sembra, contiene l’invito a passare il fine settimana nella villa di campagna dei del Cossa, vicino a Lodi. E chi lo ferma più, il Sacha? Passa la domenica con la zia, poi il lunedì è di nuovo dalla contessina, la quale, a parte le marine, non è scema e ha mangiato la foglia. Sa tutto, sa della villa di Lodi, s’immagina la zia che posa per il ritratto, stesa sul canapè come la Maia Desnuda, sotto lo sguardo silenzioso del pittore che ne trasfigura la pelle liscia in amori sacri e profani. Sono pianti, gemiti, minacce di suicidio, ma tanto lui non risponde: si limita a guardare la sua amante, o bisognerebbe dire la sua mezza amante (l’altra mezza essendo rimasta nella villa di Lodi), con quello sguardo in cui c’è ogni passione e ogni abbandono. Per riconquistare il suo innamorato la contessina si lancia in marine sfrenate, senza più remore o inibizioni. Non sono più tranquille vedute di Sestri Levante, no. Adesso sono mari in tempesta, mugghiar di flutti, balene, leviatani, trombe marine. Sembra che vada in giro a dire che negli occhi di Sacha c’è il riflesso dell’oceano infinito, che lei ritrae fino al suo orizzonte che si perde nel cielo. Poi, tornata nelle nostre valli nebbiose, sfida le brume invernali, e al lume di misere lampade al sodio, la cui luce non arriva a illuminare le rotaie che scorrono lungo il pavé, va addirittura a trovare il suo amante nella soffitta in cui abita, nella parte più sordida di Brera.

Adesso viene il bello. Va da lui una volta, due volte, e sono coltri disfatte, gemiti e lamenti. La terza volta che ci va, ci trova la zia. O forse la vede sgattaiolare fuori dall’androne, nel silenzio della notte, e svanire tra i vicoli come il fumo dell’incensiere, di cui resta solo l’odore. La contessina viene da una famiglia di pirati, non è una a cui puoi far saltare la mosca al naso senza pagarla cara. Me la vedo stringere le labbra, soffocando un singhiozzo, girarsi e correre a perdifiato dove le vie si allargano, fino in fondo al Garibaldi, attaccarsi al campanello dell’ultimo portone, il più malconcio, quello intorno al quale perfino i cani girano al largo. E’ lì che abita il Barbisoun, guercio da un occhio, quello che ha sempre la barba di una settimana e nessuno sa come faccia, perché se ci pensi bene la cosa è impossibile. Dunque: il Barbisoun fa di tutto, nella vita. Se c’è da svuotare un solaio, te lo svuota, poi porta via la roba e la rivende. Se c’è da scovare dove hanno fatto il nido i topi sembra un soriano, da tanto te li trova in fretta. Dicono che poi li mangi. Se devi seppellire tuo nonno morto di colera, il Barbisoun te lo seppellisce, e non teme il contagio perché i microbi, quando lo vedono, scappano. Io non so come facesse la contessina a conoscere il Barbisoun, e neanche se questa storia sia del tutto vera, perché a me l’ha raccontata il Mario in un momento che era all’ultimo stadio, e quasi non riusciva a coordinare le mani col cervello per prendere su il bicchiere. Poi, se devo dirtela tutta, io il Barbisoun lo conoscevo da ragazzo, e penso che non sia poi così cattivo. Anzi, al Garibaldi lo trattavamo come lo scemo del quartiere, e, detto tra noi, un po’ scemo lo era veramente. Comunque, questo è quello che si dice. Perché questa storia, oltre che il Mario, me l’ha raccontata anche il Gino qualche mese dopo, e quindi qualcosa di vero ci deve essere senz’altro.

Insomma: la contessina chiede al Barbisoun di avvelenarle la zia col veleno dei topi. Naturalmente ci sono dei problemi, inutile nasconderselo. Primo: il Barbisoun dovrebbe andare a casa della zia, ma la zia non lo conosce, e i suoi servi hanno le mani pesanti. La contessina, però, ha un’idea: perché non travestirlo da pittore? In fondo, dico io, se dipinge Sacha può benissimo dipingere anche il Barbisoun. Procurarsi il veleno dei topi non è un problema, di quello ce n’è in abbondanza, ma come farlo mangiare alla zia? La zia si nutre di grissini, se no ingrassa e al posto della Maia Desnuda viene fuori Botero. Però, sembra che abbia un debole per il pasticcio di lepre. Ognuno ha il suo tallone d’Achille. Insomma, discutono il piano tra loro, decidono il quando, il come, il dove. Alla fine, viene fuori così: la contessina andrà dalla zia in lacrime, dicendole che tra loro ci sono stati dei malintesi, che lei però le vuole bene, che vuole fare la pace, e alla fine la inviterà a cena per la sera dopo. Nel frattempo, farà venire il Barbisoun per liberarle la cantina dai topi. Senza dare nell’occhio, il Barbisoun farà cadere il veleno dei topi nel pasticcio di lepre. Un banale incidente. La contessina chiamerà il pronto soccorso, ma per caso sbaglierà il numero, insomma, basterà rallentare di poco i soccorsi per ottenere l’effetto desiderato. Un piano degno di Arsenio Lupin.

Viene la sera del misfatto. La nebbia si avvolge intorno ai palazzi, e i rintocchi del campanile sembrano suonare l’Agonia. Lo scalone del palazzo Valsenti del Cossa si apre come una voragine a rovescio, come la scala di casa Scrooge su cui poteva passare un carro da morto. La zia appare, ingioiellata, ciarliera, non sospetta nulla. Si chiacchiera del più e del meno, poi si va a tavola. Il cameriere anglosassone sembra un vecchio corvo, mentre porta le pietanze sui vassoi d’argento brunito. Si sta per servire la lepre, quando la porta di legno istoriata si apre di colpo, e sulla soglia appare Sacha.

Silenzio. Gelo. Il cameriere non sa cosa fare, insomma, sembra brutto non mettere un posto in più a tavola. Sacha si siede, afferra il vassoio, si riempie il piatto e comincia a addentare la lepre. La contessina si alza, sgrana gli occhi, e poi sviene lunga distesa. Una cena rovinata e un delitto mancato, anche se di poco.

Non si sa bene come sia andata a finire. Molto di questa storia è frutto di ricostruzioni, di frammenti di verità raccolti da varie fonti intorno a un tavolo di osteria. In quei momenti, come sai, la mente raggiunge una chiarezza perfetta delle idee che si può quasi definire preveggenza, e i fatti, quelli noti come quelli ignoti, si allineano agli occhi dello spirito come cristalli trasparenti attraverso cui puoi vedere l’essenza della realtà meglio che se fossi filosofo Heideggeriano. Insomma: nessuno ha veramente assistito alle liti tra la contessina e l’avvenente zia, per non parlare della cena, e Sacha, tra i tanti difetti, non ha quello di esser pettegolo. I fatti sono i seguenti: Le due contesse non si rivolgono più la parola, e Sacha sparisce dalla circolazione. Nei bar di Brera ci si interroga con ansia. I collezionisti fremono. Il Ramusio sorride come il gatto di Alice nel paese delle meraviglie, che l’unica cosa rilevante della sua fisionomia sembra ormai il sorriso. La contessina Valsenti del Cossa appare e scompare per i locali degli artisti, gli occhi cerchiati per il gran pianto, vestita di nero come se fosse in lutto, e il suo autista le apre in silenzio le porte di vetro delle osterie più malfamate. Dicono che si sia fatta vedere perfino al Ragno, in via Madonnina, ma niente da fare: di Sacha non c’è traccia. La zia si ritira nella villa di Lodi. Intorno ai tavoli del Jamaica si fanno le ipotesi più straordinarie: che sia annegato in una marina dipinta dalla sua amante giovane, che sia relegato in una torre della villa di Lodi, e aspetti solo che gli crescano i capelli per gettarli di sotto e far salire la sua salvatrice, che abbia varie altre amanti in giro per l’Europa, tutte contesse von Kossen o van Cossijn. Della cena al veleno non sa quasi nessuno, e il Barbisoun, da me personalmente interrogato, si rifiuta di parlare.

Passano i mesi, e l’interesse per Sacha diminuisce. Si ricomincia a parlare della mostra del Ramusio, che sembra che abbia venduto in Cina un quadro in cui il Mao parla alle genti raccolte sotto di lui dall’alto di un obelisco retto dalle statue di bronzo di Lenin, Marx, Engels e Beria. Si discute dello sfascio del quartiere, delle case popolari, da cui gli inquilini vengono cacciati, per poi essere demolite per farne complessi edilizi per i ricchi. Insomma: le solite cose di una volta. L’argomento Sacha-contessina-zia sembra un filone esaurito, non ha più niente da dire, se mi intendi. Un giorno, però, Ronchetti (della galleria Ronchetti, sai, quella in fondo a Montenapoleone) mette in giro la voce che lui ha un Sacha “inedito”, mai visto da nessuno. Un quadro grande che rappresenta contadini polacchi che mangiano barbabietole. Qui da noi ci si immagina subito che dei Mangiatori di barbabietole egli voglia soltanto sbarazzarsi al più presto, che per quanto poco, un po’ di spazio glielo occuperà di sicuro. Ma subito corre la voce: la contessina Valsenti del Cossa è disposta a pagare un milione in contanti per i Mangiatori di barbabietole. Poi arriva la contro-notizia: la zia ha offerto un milione e mezzo. Si tira avanti con il Ronchetti che gongola, le due signore che vanno per avvocati e tirano su il prezzo neanche si trattasse del ritrovamento di un Apelle. Conseguenza (tu già la immagini): chiunque possieda un Sacha, improvvisamente si ritrova ricco. Chi ha usato i suoi disegni per avvolgere i tappeti, ora disfa tutto, li incornicia con cornici dorate, fa sapere a mezzo stampa di possedere le preziose tele. Il Bolaffi assegna un valore a punto per i quadri di Sacha che al Ramusio gli viene l’infarto. I Mangiatori di barbabietole vengono aggiudicati alla zia per (ascolta bene) venticinque milioni. La contessina si ammala, poi si mette a ramazzare in giro per avere le croste del suo ex amante. Io stesso sono riuscito a venderle un quadretto che tenevo in cantina per ottocentomila lire, e ti assicuro che per un po’ bevevo soltanto Veuve Clicot.

La cosa non durò a lungo. Finite le smanie delle due signore (ci volle quasi un anno), l’uragano cominciò a placarsi, e il prezzo dei quadri di Sacha tornò a scendere; oggi non valgono più niente. Lo stesso Sacha non sembrava altro che un ricordo confuso, una di quelle cose che non sai bene se è vera o se l’hai sognata. Adesso capisci perché, nel vederlo entrare così, senza trombe né fanfare, come se fosse uscito solo ieri dal Jamaica, tutti si sono voltati.

Questa storia comunque ha una morale. Qualche tempo fa si discuteva con un gruppo di studenti ingenui e idealisti. Il loro capo, o comunque quello con la voce più grossa e le idee più sottili, andava dicendo che l’artista non ha motivo di badare al suo pubblico. Diceva che l’arte è universale, che è vera e vale in ogni tempo e in ogni luogo (se è vera arte). Provare a dirgli: l’arte esprime un mondo culturale attraverso un linguaggio di cui si può perdere la nozione, che può diventare senza grammatica e senza sintassi, sepolto come una mummia nella terra, questo lui non lo voleva capire. Era sottile, ti dico, interessante. Ma noi sorridevamo, perché noi ci dobbiamo vivere, dei nostri quadri, e ci venivano in mente Sacha e le due contesse. Cosa aveva di universale l’arte di Sacha? Pensaci: l’universalità avrà bene un prezzo. Venticinque milioni di universalità non sono pochi. Ma basta che le due Vasenti si disamorino, ed ecco l’universalità ridotta a zero.”

Quel lungo sproloquio era stato pronunciato con voce impastata, con lo sguardo spento, e non avrei scommesso cinque lire che non fosse una pura invenzione del mio assetato compagno di tavolo. Osservai lo straniero dalla fronte alta e dagli occhi celesti. Il suo sguardo febbrile saltava da una cosa all’altra, senza un momento di pausa. Mi immaginai la contessina Valsenti del Cossa. Forse avevo bevuto un po’ troppo anch’io. Con gli occhi della fantasia la vidi entrare al Jamaica come un turbine di vento, come una tromba d’aria in una delle sue agitate marine. La immaginai un po’ ingrassata ma ancora piacente, vestita di nero come il giorno della sparizione del suo amante. La vidi sedersi al tavolo di Sacha in silenzio, gli occhi lucidi, imploranti, la mano stretta in un gesto nervoso. La vidi sussurrare qualcosa a fior di labbra. Vidi lo sguardo di Sacha, e vi lessi la riprovazione per le “stronzate” che stava ascoltando. Allora vidi lei aprire la borsa di pelle, estrarne un pugnale dal manico d’oro e con un gesto veloce e deciso immergerne la lama nel suo cuore traditore. Vidi l’espressione di sgomento, di sorpresa, sentii le urla degli avventori, vidi il sangue colare impregnando il pizzo bianco della manica della nobildonna. Vidi lei svenire, accasciata sulla seggiola di formica, ormai annientata e disposta a subire le conseguenze del suo folle gesto.

Ma no, il Jamaica non è più lo stesso, pensai. Qui ci sono solo studenti, i pittori sono da Oreste, e forse neanche più lì, e tutto questo non potrebbe mai avvenire. Sacha sembrava interessato soltanto ai riflessi di rubino sul fondo del bicchiere.