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Cinque del mattino

Il vento spazza la grande via commerciale. Il cielo è terso, nella luce dell’aurora. I semafori lampeggiano nel silenzio. La città è in attesa, come un gigantesco teatro vuoto, come una macchina infinita che non ha ancora trovato il suo scopo. Sebastiano, l’anziano girovago, è seduto per terra accanto alla vetrina di McDonald. È immobile, con la testa reclinata su una spalla. Tra la vecchia giacca di lana e la camicia di flanella sbuca un foglio di giornale ripiegato. Accanto a lui c’è Tim, il burattino. È alto circa un metro, e la sua faccia ha una perenne espressione di stupore spaventato che fa ridere i bambini. Veste una parodia di frac, con le code asimmetriche e solo mezzo sparato bianco. Sebastiano e Tim sono connessi da fili invisibili, come un’unica entità divisa in due. Se qualcuno li potesse vedere, noterebbe che sono in perfetto ordine: decine e decine di fili che partono dalle mani, dai piedi, perfino dalla testa di Sebastiano, attaccati alle braccia e alle gambe del buffo burattino.

Dieci del mattino

Il traffico delle automobili non si arresta mai. È come un fiume in piena capace di scorrere contemporaneamente in due direzioni. La folla è sterminata, così fitta che fermarsi non è possibile. Sebastiano il girovago è in piedi sul marciapiede, di fronte alla vetrina di McDonald. Accanto a lui c’è il suo cappello di panno, dove finiscono le monete gettate dai passanti. Tim, il pupazzo, balla una danza piena di grazia al suono di una musica che nessuno può ascoltare. I passi di Tim sono perfetti, le figure che compone sono degne del miglior ballerino. Con movimenti ritmici, sempre uguali, Sebastiano sorride e indica il cappello. Una bambina passa.

– Mamma, mamma! Ma come fa? È vivo!

– Non dire sciocchezze, cara. Sono i fili che lo muovono.

– Ma io non vedo nessun filo!

– Anche se non li vedi, ci devono essere. Non ti pare?

Sei di sera

Le signore percorrono la grande via commerciale in cerca di cappelli, di vestiti, di scarpe. Si fermano davanti alle vetrine, chiacchierano tra loro. Uomini e donne di tutti i tipi si muovono avanti e indietro: eleganti, stracciati, giovani, vecchi, biondi, neri, europei, africani, cinesi. Ogni tanto qualcuno rallenta mentre passa accanto a Sebastiano, che continua a ripetere il suo gesto meccanico. La danza di Tim è un ritmo frenetico di passi sempre diversi. La sua maschera preoccupata fa sorridere la gente. Il cappello è pieno di monete. Il trucco è perfetto, lo spettacolo richiede un’abilità senza pari. Qualcuno si sofferma ammirato a guardare, poi prosegue verso altri negozi, trascinato dall’onda della folla. Ci sono tante cose da vedere, più avanti! Un poliziotto scuote la testa. L’accattonaggio non è permesso, ma in fondo quel vecchio non da fastidio a nessuno.

Due di notte

I semafori lampeggiano nella penombra sfavillante della metropoli. Il silenzio è interrotto solo dalle auto dei nottambuli, che sfrecciano veloci. Il vento ha ripreso a spazzare la strada, portando con sé i relitti morti della città: pezzi di carta, giornali, lattine, mozziconi di sigaretta. Pesanti mezzi si muovono lenti lungo i marciapiedi. Il soffio potente dei loro aspiratori trascina via i rifiuti e li fa sparire. I manichini nei negozi sembrano solo in attesa del nuovo mattino, della frenetica giornata che sarà domani. Sebastiano è seduto per terra accanto alla vetrina di McDonald. È immobile, con la testa reclinata su una spalla. Tra la vecchia giacca di lana e la camicia di flanella sbuca un foglio di giornale ripiegato. Accanto a lui una figura alta circa un metro sbroglia con grande pazienza una matassa di fili invisibili.