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Il giorno era venuto, e tutto era stato predisposto come doveva essere. La saletta era piccola ma sfarzosa. Non era destinata ad accogliere un grande pubblico: non più di una cinquantina di persone, accuratamente scelte. Le poltroncine di broccato erano larghe e ben spaziate, in modo che ciascuno potesse stendere i piedi a suo piacimento, se ne avesse avuto voglia. Il lampadario di cristallo non era troppo ingombrante né troppo minuto, fatto in modo da spezzare la luce in piccoli frammenti, in modo che ogni angolo ne fosse illuminato senza ferire gli occhi. Gli inservienti erano solleciti e cortesi. Si avvertiva un sottile profumo di cera di ottima qualità, stesa sul legno intarsiato del pavimento in uno strato sottile che lo rendeva traslucido. Il palcoscenico era chiuso da un pesante tendaggio di broccato rosso, che scendeva con panneggio verticale fino alla striscia di nappine dorate che sfioravano le assi del proscenio.

Quando il giovane Maestro fece la sua apparizione, il leggero brusio della sala tacque in un istante. Igor Stravinskij era alto, magro, elegante; il monocolo al suo occhio rifletteva la luce del lampadario, rifratta dalle mille sfaccettature dei cristalli in colori vivaci. Si guardò in giro con espressione nervosa, e con un solo sguardo contemplò i suoi ascoltatori e ne comprese i sentimenti. Alle sue spalle già si avvertiva il suono delle quinte degli archi, i flauti che davano il la, quel brusio inconfondibile che viene prodotto dall’orchestra prima che il direttore, sollevando la bacchetta, imponga a tutti il silenzio che precede l’inizio del pezzo. Il Maestro vide che si erano formati quasi naturalmente diversi gruppetti.

Alla destra del palcoscenico Franz Liszt chiacchierava sommessamente con Felix Mendelssohn. Dietro di loro, lo sguardo inquieto di Frederic Chopin vagava per la sala come se bruciasse. Franz Schubert sedeva in disparte, sorrideva a tutti, era amabile con tutti, grande, grosso, goffo, con i suoi occhiali da miope. Robert Schumann gli stava accanto, e sembrava volerne attirare l’attenzione. Al centro, isolato, si era messo Ludwig van Beethoven. Evitava tutti, e tutti lo evitavano. Seduto sembrava imponente: i lineamenti fieri, la capigliatura leonina lo sguardo corrucciato. In piedi era assai ridicolo, perché la sua testa enorme contrastava col corpo piccolo e tozzo.

Sulla sinistra c’era il gruppo che il Maestro temeva di più. Il vecchio Johann Sebastian Bach faceva fatica a trovare una posizione comoda sulla poltrona, e strizzava gli occhi, come se non vedesse bene. Accanto a lui Georg Friedrich Händel parlava sorridendo, con grandi gesti, e sembrava indicargli particolari della sala. Dietro di loro sedeva Franz Joseph Haydn. Nessuno aveva ricevuto più omaggi di lui, quando erano avvenute le presentazioni iniziali. Perfino Bach si era leggermente inchinato, nello stringergli la mano. La sua espressione era gioviale e attenta. Il Maestro pensò che il suo giudizio avrebbe contato più di quello di chiunque altro in quella sala. Accanto a Haydn c’era Wolfgang Amadeus Mozart, suo figlio in arte più di quanto non fosse mai stato del pedante Leopold. Rideva come un bambino, gli luccicavano gli occhi, non vedeva l’ora che il concerto cominciasse. Sedevano poi i maestri italiani, tra cui spiccava il volto tragico di Giovanni Battista Pergolesi. Il Maestro aveva molto insistito perché anche lui partecipasse, anche se non era stato facile convincerlo. Giovane invecchiato, ideologo della tragedia che si fa ironia, o dell’ironia come modo di conoscere il mondo, egli era solo in quella sala come lo era stato in vita, oscuro Maestro, destinato alla fama per un pezzo scritto solo come intermezzo tra i due atti di un’opera. C’erano anche i russi, naturalmente: Mussorgski, Prokofiev e Rimsky, tutto eccitato per l’occasione che veniva data al suo allievo di un tempo.

Tutto questo vide il giovane Stravinskij, in quei pochi istanti prima che ciascuno interrompesse il suo chiacchierare e si volgesse attento verso il palco. Ecco. Il momento era venuto. La tenda di broccato si sollevò, senza nessun fastidioso cigolio, e dietro di essa apparve l’orchestra. Tutto taceva. Il Maestro prese posizione, sollevò la bacchetta, e la Sacre du Printemps intonò la sua prima nota, col suono di un clarino in un registro inconsueto.

Era uno scherzo o una cosa seria? Se Stravinskij avesse potuto per un attimo contemplare lo spettacolo dei suoi ascoltatori, avrebbe letto impressioni discordi nei loro volti. Wagner sembrava indignato, un’indignazione non scevra da una certa invidia per chi aveva osato più di quanto avesse osato lui stesso. Haydn ascoltava attento. Nulla, nel suo volto allungato, un po’ equino, lasciava trasparire cosa pensasse. Beethoven scuoteva la testa, ma il gesto con cui teneva fisso il cornetto acustico appoggiato all’orecchio faceva pensare che la musica lo interessasse più di quanto voleva far credere. Gli accordi di do maggiore e di fa diesis maggiore sovrapposti strapparono un grido sommesso dalle labbra del giovane entusiasta Wolfgang Amadeus. Egli si voltava continuamente verso Haydn, come se cercasse di capire cosa mai ne pensasse il grande formalizzatore della musica classica. Brahms rifletteva tra sé. È dunque questo il destino della musica occidentale? Abbiamo creato le sonorità più potenti, le più malinconiche, solo perché un russo col monocolo si permettesse di mettere loro le dita nel naso?

Nel frattempo immensi spazi si aprivano davanti agli ascoltatori attoniti; l’antica cultura dell’uomo diceva la sua estrema parola con il ritmo forsennato dei timpani e lo stridere degli archi in falsetto. Come se contemplasse la sua prossima rovina, come se solo il silenzio potesse seguire quelle note. E fu proprio il silenzio che seguì, dopo il colpo di timpano che chiudeva la Sacre. Neppure un colpetto di tosse, non un fruscio. Con un gesto lento, misurato, Stravinskij si girò verso la platea e si inchinò. Fu allora che Mozart scattò in piedi, unico tra i presenti, scoppiando in un applauso frenetico. Aveva le lacrime agli occhi, ma non si capiva se per il ridere o per la commozione. Per qualche istante rimase da solo ad applaudire, dimostrando così che anche se Wagner aveva distrutto la forma sonata, era ancora lui il vero rivoluzionario. Poi, all’applauso scomposto di Mozart si aggiunse quello calmo, pacato, del vecchio Haydn.

Era fatta. Che piacesse loro o no, tutti gli altri erano costretti ad applaudire. Applaudiva Beethoven, che non osava andare contro l’opinione del suo maestro, e in cuor suo apprezzava la potenza espressiva del pezzo, per quanto irridente esso fosse. Applaudiva Schumann, colpito dalle sonorità inaudite. Applaudiva perfino Pergolesi, che, come sempre, aveva colto il senso della tragedia. L’unico a non applaudire era Bach, e non perché la Sacre non gli fosse piaciuta (era la degna risposta allo stile galante e insulso che aveva dominato l’Europa dal tempo dei suoi figli), ma perché non poteva condividere il senso di catastrofe senza speranza, quella concezione brutale e preistorica della natura che traspariva dal pezzo.

Wolfgang Amadeus saltò dalla poltroncina di broccato, con gesto agile schivò un inserviente preoccupato, si precipitò sul palco e andò a stringere la mano al giovane Maestro, che rispose con un sorriso imbarazzato. Si domandava, Mozart, perché a una certa battuta Strawinskij avesse voluto chiudere in fa anziché in mi. Senza badare alle conseguenze, strappò il pianista dal suo posto, si sedette sullo sgabello e fece ascoltare al Maestro come sarebbe stata meglio, a suo dire, quella chiusura. Malgrado il livello straordinario di quella assemblea, egli era l’unico tra i presenti che potesse ricordare il pezzo quasi nota per nota, pur non avendolo mai sentito prima. Nacque una discussione molto accesa tra Mozart e Stravinskij, mentre Haydn guardava il suo grande pupillo con un sorriso intenerito e il gruppo dei romantici si scambiava commenti salaci sull’impertinenza di quel ragazzino mai cresciuto. Il cerimoniale prevedeva discorsi, interventi, commenti dei partecipanti. Ma era già chiaro, dalla reazione di Mozart, dagli sguardi di Bach e di Haydn, dalla discussione accesa tra Schubert e Mendelsson che il Maestro era stato accettato.