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Mentre ero intento a effettuare le ultime correzioni al manoscritto del seguito di Tom Sawyer, sentii di nuovo suonare il campanello della porta.

Ero molto seccato, devo ammetterlo. Ci sono situazioni in cui uno scrittore ha bisogno di tutta la sua concentrazione, e in quel momento mi stavo scervellando per venire a capo di un problema gigantesco. Non si trattava della qualità del testo, a dire il vero, ma di decifrare le note che quell’asino del mio editore aveva apposto a margine dell’opera.

Tutto sommato il signor Johnson è una brava persona, e la Johnson, Johnson & Johnson Inc. è la più nota casa editrice di tutto il Tennessee e stati limitrofi; a parte l’eccessiva abbondanza di Johnson, nessuno potrebbe trovare niente da ridire su un’azienda i cui prodotti sopravvivono da più di ottant’anni agli strali dei critici. Il problema era che Johnson (uno dei tanti, ma purtroppo il più importante nella sua funzione di direttore editoriale), essendo laureato a Harvard, è ostinatamente convinto di capire qualcosa di letteratura. Questa pervicace convinzione lo porta a chiosare tutti i testi che gli mando, con la sua scrittura inclinata e precisa di vecchio bisbetico, utilizzando i margini che rimangono vuoti.

Da vent’anni collaboro con loro, e ormai ho imparato a usare per intero i fogli, iniziando a ridosso dell’estremità superiore della pagina, subito a destra del bordo sinistro. Riesco a riempire le righe praticamente per intero, ho ridotto l’interlinea al massimo per quello che basta a rendere il testo ancora decifrabile dal linotipista.

Insomma: cerco di non lasciare spazio a Johnson, che tuttavia è abilissimo nel trovare regioni ancora intonse della pagina; quando ne individua una, la riempie di commenti non richiesti con una scrittura così minuta, che talvolta mi sono chiesto se non ci sia qualche fattucchiera in grado di evocare lo spirito del compianto Leeuwenhoek, perché mi presti uno dei suoi famosi microscopi.

Il più delle volte mi limito a ignorarli, ma in quel momento la mia attenzione era stata catturata da una frase che, seppure scritta in corpo due, non poteva fare a meno di suscitare lo spirito battagliero dei miei antenati. La frase era: “qui sarebbe meglio un costrutto ipotattico”.

Come dicevo, il libro è il seguito del romanzo Tom Sawyer; non so ancora come intitolarlo: “Giù per il fiume” non mi dispiacerebbe, ma il suddetto Johnson insiste per “Le avventure di Huckleberry Finn”. Vedremo. In ogni caso si tratta, secondo ogni evidenza, di un libro per ragazzi.

Orbene, asinone, ti pare che in un libro per ragazzi valga la pena di usare costrutti ipotattici? Perfino a Harvard questa cosa avrebbero dovuto spiegartela… Insomma, ero già piuttosto irritato, e l’idea di avere a che fare con l’ennesimo venditore di spazzole non poteva che aumentare la mia irritazione.

M’incamminai deciso a liquidare l’importuno nel più breve tempo possibile, ma quando aprii la porta lo spettacolo che mi apparve mi lasciò senza parole. C’era un ometto pettinato in modo strano, del tutto privo di baffi, o basette, o di qualsiasi cosa che potesse testimoniare del suo stato di gentiluomo. Indossava una giacca di foggia stranissima, pantaloni stretti; una cravatta larga gli pendeva dal collo, e su di essa apparivano buffi disegni stilizzati, come avrebbe potuto disegnarli un bambino con problemi di comportamento. Sorrideva, e portava a tracolla una borsa di un materiale nero che non avevo mai visto: lucido come una cerata, ma all’apparenza sottile.

“Signor Twain” mi disse “sono veramente orgoglioso di fare la sua conoscenza. Permetta che mi presenti: mi chiamo Simpson, e lavoro per un’azienda che certamente non ha mai sentito nominare: la Microsoft di Seattle.”

“Perbacco” gli risposi “ho a stento sentito nominare Seattle! Che cosa vende? Sapone? Scope? Pettini?”

“No, signor Twain, non mi fraintenda. Sono qui per uno scopo davvero speciale. Non avrebbe dieci minuti da dedicarmi?”

Devo ammettere che l’ometto m’incuriosiva.

“Dieci minuti, non uno di più. Sto lavorando e ho fretta. Si accomodi in casa: qui fuori fa freddo.”

Lo feci entrare, e subito Simpson iniziò a farmi un discorso che sulle prime mi sembrò delirante.

“Signor Twain, io vengo dal futuro. La mia azienda è molto grande, o per meglio dire sarà molto grande tra un centinaio di anni circa. Ci occupiamo di una cosa che si chiama software…”

Sollevai un sopracciglio. Mi sembrava necessario chiarirgli subito che non aveva a che fare con un imbecille.

“Cioè, fabbricate martelli e chiavi inglesi di gomma?”

“No, no” mi rispose. “E’ complicato. E’ una faccenda del futuro, per molti anni non se ne parlerà. Anzi, le dirò, lei è l’unica persona al mondo che, nel 1884, abbia sentito questa parola. Più tardi, se ne avrà voglia, le spiegherò un po’ meglio di che cosa si tratta.”

“E lei è venuto proprio da me a vendere il suo flexible metalware?”

“Non intendo venderle proprio nulla. Sono qui per farle un regalo. Vede, signor Twain, la mia azienda ha accumulato molto denaro con il software. Moltissimo denaro. Per questo abbiamo deciso di diversificare un po’ la nostra attività. Il nostro presidente, che è un uomo eccezionale e si chiama Bill Gates, ha investito dei soldi in ricerche varie. Ha anche finanziato uno scienziato che sosteneva di avere inventato una macchina per tornare indietro nel tempo. Lei dirà: sono sciocchezze, eppure la macchina ha funzionato, come dimostra la mia presenza qui!”

Sapevo che erano tutte fandonie, eppure c’era qualcosa in quel Simpson che mi spingeva a non buttarlo subito fuori da casa mia.

“Dimostrare è una parola grossa, giovanotto!” esclamai. “La sua presenza dimostra solo che gli Stati Uniti dovrebbero investire di più in case di cura per malati di mente. E poi, ripeto, perché è venuto proprio da me?”

“In un certo senso si tratta di un esperimento, signor Twain. La macchina è ancora un prototipo, avevamo bisogno di un test sul campo. Abbiamo già visitato un altro scrittore del nostro passato, un certo H. G. Wells, che probabilmente lei non ha mai sentito nominare perché in questo momento ha solo diciotto anni. Il software non gli interessava per nulla, ma l’idea di viaggiare nel tempo gli è sembrata suggestiva. Così credo, per lo meno. Nel suo caso, abbiamo deciso di venirla a trovare per via del suo racconto “Il ranocchio saltatore.”

Me lo ricordavo bene. Una buona idea. Johnson aveva sentito il bisogno di utilizzare l’unico triangolino utile rimasto sull’ultimo foglio per commentare: “nella seconda parte ci sono diversi errori grossolani di inglese”, ma non essendo presente di persona nel momento in cui avevo letto quella frase, era riuscito a evitare che gli rompessi sulla testa l’orribile cane di porcellana che la zia Mary vuole che tenga sul caminetto. Che cosa poteva avere a che fare il mio racconto con qualsiasi forma di cacciavite molle?

“Che cosa ha a che fare “Il ranocchio saltatore” con i suoi cacciaviti molli?” gli chiesi prontamente.

“Ecco, signor Twain, è proprio questo il punto. Noi produciamo macchine che a lei potrebbero sembrare favolose. Molto strane, intendo. Macchine con cui si può scrivere, correggere, stampare. Macchine con cui è possibile prendere un testo in inglese e tradurlo all’istante in qualsiasi lingua.”

“Anche in indostano?” gli chiesi. “Anche in giavanese?”

“Anche in indostano o in giavanese, purché siano installati gli opportuni dizionari. Se vuole le faccio vedere come funziona.”

Il mondo è una girandola popolata di matti, pensai, ma Simpson li superava tutti. Intanto l’ometto andava avanti.

“Il problema a cui lei si è trovato di fronte con la traduzione francese del suo racconto, con la nostra macchina non sussisterebbe. Il software le fornirebbe il testo nell’idioma dei Galli, semplicemente premendo un tasto! Non le interessa vedere come funziona?”

Avevo già perso molto tempo, ma a quel punto ero curioso di vedere fino a che punto si sarebbe spinta la spudorataggine di quell’individuo.

“Va bene. Mi mostri il suo feeblestuff, o come diavolo si chiama.”

 

Altro che matto! Passai con lui l’intera giornata, e devo ammettere che quell’affare, qualunque cosa fosse, funzionava davvero!

Si basava su una specie di tastiera Remington, ma anziché usare il classico catafalco di metallo brunito entro cui erano disposte le leve con i caratteri, il suo oggetto era piatto: una scatola nera fatta di qualcosa che non riuscivo a capire cosa fosse. Una volta aperta mostrava un vetro che come per magia si illuminava.

Simpson era in grado di farmi vedere una specie di foglio di carta che però non esisteva, come una lanterna magica, o forse un dagherrotipo che però non aveva bisogno di carta fotosensibile. Il bello era che le immagini cambiavano! Ora vedevo piccoli disegni colorati disposti alla rinfusa (lui li chiamava icone, ma non sembravano avere nulla di sacro nel loro aspetto), ora mi appariva il foglio bianco.

Premendo i bottoni della tastiera Remington, il foglio si riempiva di caratteri. Bastava pigiare un coso in alto, ed ecco che il carattere spariva. C’era anche un’altra macchina: una scatola con dei pulsanti. Ci si infilavano dentro dei fogli di carta, e quella stampava il testo scritto!

Per farla breve, dopo diverse ore di spiegazioni Simpson mi comunicò che la sua ditta di Seattle era disposta a lasciarmi l’oggetto in prova per una settimana. Era un regalo, mi disse, per uno dei più grandi scrittori americani. Non capivo se mi stesse prendendo in giro, ma sul momento ne fui lusingato. Accettai il regalo, e dopo che Simpson se ne fu andato portai la macchina nel mio studio, ansioso di provarla.

 

Una settimana dopo, puntualissimo, Simpson ricomparve alla mia porta. Nel frattempo avevo concordato con l’editore che i costrutti ipotattici non andavano bene per la gioventù americana di oggi, ma in compenso avevo dovuto cedere su “Le avventure di Huckleberry Finn”. Appena vidi l’ometto, gli rimisi tra le mani la sua valigetta.

“Ha provato il nostro software, signor Twain?”

“Sì” gli risposi lapidario.

“L’ha trovato utile?”

“No.”

Fece una faccia stupita.

“Come mai, signor Twain? Sono certo che si tratta di un’invenzione di fondamentale importanza. Tutti gli scrittori, alla mia epoca, utilizzano macchine come quella che le ho lasciato. Le utilizzeranno, per essere precisi. Perché non si è trovato bene?”

Assunsi un’aria sorniona.

“Lei sa che il suo software è in grado di suggerire correzioni al testo?”

“Certamente” mi rispose. “Si chiama correttore ortografico.”

“Bene. Dopo che se n’è andato ho provato per un po’ la sua macchina, con l’ultimo racconto che sto scrivendo. A un certo punto mi sono imbattuto nel correttore ortografico. Come mai ha sostituito ovunque “Johnson” con “Consona”?”

Simpson sorrise.

“Sui nomi propri può darsi che faccia degli errori…”

“Ah, sì? E come mai ha cambiato la frase: “Riesco a riempire le righe praticamente per intero” con: “Riesco a riempire le righe in sostanza per intero”? Che cosa vuol dire “in sostanza per intero”? In essenza no, ma in sostanza sì?”

“Pochi sbagli, a fronte di un’utilità immensa. Pensi che nel frattempo ha corretto tutti gli errori di ortografia!”

Lo fissai con un occhio socchiuso.

“Io non faccio errori di ortografia! Passiamo oltre. Lei ha cercato di convincermi che la sua macchina era in grado di tradurre dall’inglese in un francese corretto. Ho fatto la prova. Ho preso il racconto, l’ho tradotto in francese e poi ho tradotto il risultato di nuovo in inglese, per verificare che tutto fosse a posto. Ecco il risultato.”

Gli porsi un foglio prodotto dalla sua stessa stampante. Simpson cominciò a leggere, e man mano che andava avanti il suo volto si rabbuiava.

Mentre ero occupato di eseguire le ultime correzioni al manoscritto del risultato di Tom Sawyer, ho sentito di nuovo suonare il campanello. Ero molto seccato, devo ammettere. Ci sono situazioni in cui uno scrittore ha bisogno di tutta la sua concentrazione, e in quel momento mi è stato sconcertante per me per venire a capo di un problema gigantesco. Non era la qualità del testo, per essere sicuri, ma di decifrare le note che asino del mio editore aveva apposte margine di opere d’arte. Tutto sommato il signor Johnson è una brava persona, e Johnson, Johnson & Johnson Inc. è gli editori più noti di tutto il Tennessee e gli Stati vicini; a parte la sovrabbondanza di Johnson, nessuno poteva trovare un difetto in una società i cui prodotti sono sopravvissuti più di ottanta anni per le barbe dei critici. Il problema era che Johnson (uno dei tanti, ma purtroppo il più importante nella sua funzione di capo redattore), essendo un laureato di Harvard, è ostinatamente convinto di capire qualcosa di letteratura. Questa convinzione ostinata lo porta a annotare tutti i testi che gli mando, con la sua pendenza e precisa scrittura del vecchio musone, utilizzando tutti i margini che rimangono vuote. Per venti anni che lavoro con loro, e ora ho imparato ad usare in fogli interi, iniziando a chiudere l’estremità superiore della pagina, appena a destra del bordo sinistro. Posso riempire le righe praticamente pieno, ho ridotto la distanza massima per quello che è sufficiente a rendere il testo più leggibile da parte dell’operatore linotype. In breve: cerco di non lasciare spazio a Johnson, ma è molto bravo a trovare le regioni ancora intatte della pagina; Quando si è trovato, la riempie di commenti non richiesti con la scrittura così piccolo che a volte mi sono chiesto se non ci fosse qualche stregone in grado di evocare lo spirito del defunto Leeuwenhoek, perché per me presti uno dei suoi famosi microscopi. La maggior parte del tempo ho appena li ignorano, ma in quel momento la mia attenzione fu catturata da una frase che, anche se scritto nel corpo due, non poteva fare a meno di suscitare lo spirito combattivo dei miei antenati. La frase è stata: “qui sarebbe meglio costruire una ipotattica”. Come ho detto, il libro è un sequel del romanzo di Tom Sawyer; Non so come chiamarlo. “Down the River” non mi dispiacerebbe, ma il già citato Johnson insiste su “Le avventure di Huckleberry Finn”. Vedremo. In ogni caso, è secondo a qualsiasi prova di un libro per bambini. Tuttavia, Asinone, penso che in un libro per bambini vale la pena di usare costrutti ipotattiche? Anche a Harvard questa cosa avrebbe dovuto spiegarlo … voglio dire, ero già abbastanza irritato, e l’idea di avere a che fare con un altro vendor spazzole potrebbe aumentare solo la mia irritazione. Ho camminato deciso di liquidare l’importuno, ma quando ho aperto la porta lo spettacolo che mi apparve mi ha lasciato senza parole il più presto possibile. C’era un piccolo uomo pettinati stranamente, completamente priva di baffi o basette, o qualsiasi cosa che possa dare prova del loro status di gentiluomo. Indossava una giacca di moda strano, pantaloni stretti; una cravatta appeso al collo, e su di essa apparve disegni stilizzati divertenti, come avrebbe potuto disegnare un bambino con problemi di comportamento. Sorrideva, e portava una borsa a tracolla di un materiale nero, che non avevo mai visto: lucido come una cerata, ma a quanto pare sottile.

“Le risparmio il resto” gli dissi con aria truce. “Se ne vada. Torni a Seattle. Faccia sapere ai suoi discendenti che si ripresentino qui soltanto dopo che avranno inventato del weakstuff che funziona veramente!”

Sbattei la porta con violenza, e tornai al mio lavoro.