L’astronomia moderna ebbe inizio nel 1543, quando fu pubblicato il trattato De revolutionibus orbium coelestium dell’astronomo polacco Nikolaj Kopernik,  più noto con il nome italianizzato di Niccolò Copernico. Al momento della pubblicazione l’autore era già morto; nessuno quindi è in grado di stabilire con certezza se la prefazione all’opera, in cui si afferma che il modello eliocentrico serviva solo a semplificare i calcoli astronomici, sia stata scritta dallo stesso Copenico o (come appare più probabile) sia stata aggiunta dall’editore per evitare le ire dell’inquisizione. In ogni caso, il De revolutionibus rappresentò il passaggio di un Rubicone concettuale dal quale non era più possibile tornare indietro.

Dalla pubblicazione del libro di Copernico è passato quasi mezzo millennio: un tempo molto lungo per ciascuno di noi, ma molto breve rispetto alla storia della nostra specie. Nel corso degli ultimi cinquecento anni la strada lungo cui Copernico ha mosso il primo passo ci ha portato molto, molto lontano. In questo momento possiamo dire di avere capito che cosa sono gli atomi di cui fantasticava il filosofo Democrito; conosciamo la fisica, sulla nostra scala dimensionale, e sappiamo che sulla scala delle particelle elementari vale un’altra fisica, di cui abbiamo intuito i fondamenti: essa ci appare strana, ma del tutto coerente. Abbiamo esplorato l’universo, fino a dove è concettualmente possibile esplorarlo; siamo ragionevolmente certi che esso si è formato circa quattordici miliardi di anni fa in una gigantesca esplosione, sappiamo da quali elementi è composto, abbiamo perfino compreso che la sua espansione sta accelerando. Molte cose restano da capire ma credo di poter dire, a nome della specie, che noi goffe scimmie antropomorfe ce la stiamo cavando più che dignitosamente. Vedremo se gli aracnidi, quando verrà il loro turno dopo l’apocalisse nucleare, sapranno fare di meglio.

La scienza di oggi è diventata una star dei media. Esperimenti astrusi, ai limiti delle attuali possibilità tecnologiche, trovano spazio sulle prime pagine dei giornali, e l’anziano professor Higgs, commosso alla consegna del premio Nobel, acquista una popolarità degna di una soubrette per una scoperta di cui sarebbe arduo spiegare soltanto le premesse a un laureato in giurisprudenza. Del resto, non è una novità: alla prima del film Tempi moderni, Charlie Chaplin entrò in sala accanto al professor Einstein. I due furono subissati dagli applausi della platea, e Chaplin sussurrò a Einstein: “applaudono me perche tutti capiscono quello che faccio, e applaudono lei perché non lo capisce nessuno”.

Sono contento di questa popolarità della scienza; mi rimane, tuttavia, il dubbio che qualcuno rischi di fraintendere il reale significato delle scoperte fantastiche di questo scorcio del ventunesimo secolo. I giornali, la televisione, non possono certo fare della divulgazione scientifica: lo spazio che hanno a disposizione non sarebbe sufficiente. Come risultato, moltissima gente sente parlare delle onde gravitazionali, dell’inflazione cosmica, dell’energia oscura, ma non ha realmente idea di che cosa si tratti.

Personalmente mi sono occupato di astronomia a livello professionale dal 1976 al 1981. Sono passati molti anni, e in nessun caso potrei spacciarmi per un astronomo; tuttavia conosco le premesse della materia, e negli ultimi trentacinque anni ho cercato di tenermi al passo delle novità. Credo di poter dare un contributo a colmare qualche lacuna, a un livello che definirei giornalistico. In sostanza, la mia intenzione è quella di pubblicare una serie di articoli che, nel loro insieme, presentino la storia delle scoperte e l’evoluzione delle idee che hanno portato alla cosmologia di oggi. Cercherò di badare esclusivamente ai concetti, trascurando tutti i dettagli tecnici. Gli articoli sono rivolti al famoso laureato in giurisprudenza (ogni riferimento a mia moglie è puramente casuale), al non laureato, al curioso, a chiunque abbia voglia di leggerli.